Recensione: Buskashì di Gino Strada

Bukashì

  • Titolo: Buskashì
  • Autore: Gino Strada
  • Casa Editrice: Feltrinelli
  • Data pubblicazione: Settembre 2002
  • Pagine: 178
  • Trama: La buskashi è il gioco nazionale afghano: due squadre di cavalieri si contendono la carcassa di una capra decapitata. È violento, senza regole. L’unica cosa che conta è il possesso della carcassa, o almeno di quello che ne resta al termine della gara. È come il tragico gioco a cui partecipano i numerosi protagonisti del conflitto afghano. Una partita ancora in corso, solo che al posto della capra c’è il popolo dell’Afghanistan.
    Buskashi è la storia di un viaggio dentro la guerra, che inizia il 9 settembre 2001 con l’assassinio del leader Ahmad Shah Massud, due giorni prima dell’attentato di New York. Un viaggio “clandestino” per raggiungere l’Afghanistan nel momento in cui il paese viene abbandonato da tutte le organizzazioni internazionali e si chiudono i confini. L’arrivo nella valle del Panchir, l’attraversamento del fronte sotto i bombardamenti per raggiungere Kabul alla vigilia della disfatta dei Talebani, la conquista della capitale da parte dei mujaheddin dell’Alleanza del Nord, la Kabul “liberata”: l’esperienza della guerra vista dagli unici testimoni occidentali della presa di Kabul.

Gino_StradaIl primo libro di Gino Strada, Pappagalli verdi, è un ricordo onnipresente nella mia testa: è stata la bomboniera del battesimo di mio fratello e per questo in casa ne abbiamo sempre avuto almeno quattro o cinque copie. Quando finalmente mi decisi a leggerlo, ero circa in secondo superiore e credo che non lo dimenticherò mai. Un libricino tanto piccolo quanto grande è stato l’impatto. Vorrei parlarne, ma credo che dovrei scrivere una recensione a parte.
A dicembre ho trovato per caso Buskashì tra le pile di un negozio di libri usati e l’ho preso immediatamente. Mi ha portata un po’ indietro negli anni, a quando mentre leggevo le parole di Gino Strada mi chiedevo come facessero le persone intorno a me a vivere tranquillamente, chissà se lo sapevano che cosa succedeva ovunque nel mondo. Ricordo qualche discussione scocciata con chi mi diceva di non poter leggere certe cose perché troppo facilmente impressionabile. Ammetto che le riflessioni eroiche hanno fatto presto a perdersi nell’indifferenza della quotidianità, ma mi piace pensare che in qualche modo qualcosa sia rimasto. Perché in generale amo fare mio qualcosa di buono da ogni libro che mi colpisce davvero, e perché in questo caso non sto parlando di un qualsiasi bel romanzo. Mi piacerebbe poter pensare che abbia anche in piccolissima parte influenzato la scelta dei miei studi. Se una cosa è certa, è che il medico che vorrei essere in futuro somiglia molto a Gino Strada.
E se c’è un augurio che posso farmi è quello di correre incontro a chi soffre con almeno un millesimo della forza e della passione che lo ha condotto in Afghanistan dopo l’attentato dell’11 Settembre. Se Pappagalli Verdi era più incentrato sull’assurdità della guerra e della crudeltà umana, messa in luce attraverso racconti strazianti di corpi dilaniati e della sofferenza umana in tutte le sue forme, Buskashì mette invece al centro il desolante destino di un paese devastato dalle continue guerre sulla cui testa pende l’ennesima spada di Damocle.

Gafur. Un civile? Un talebano? Un terrorista? Un mujaheddin?
Soltanto un uomo.

All’indomani dell’11 Settembre, quando dalle torri stanno ancora estraendo corpi, iginostrada.630x360 potenti del mondo sono impegnati a puntare il dito e a condannare l’Afghanistan, o meglio gli Afghani, bambini, donne, famiglie intere che probabilmente non verranno mai a conoscenza di ciò che è accaduto. In questa tensione che fa presagire il peggio, Gino Strada e lo staff di Emergency cominciano il viaggio verso Kabul, dove il loro ospedale è chiuso da mesi per questioni burocratiche e deve essere riaperto. Inizia così il racconto di fronti sbarrati, linee di fuoco, associazioni umanitarie che abbandonano l’Afghanistan e tornano a casa, al sicuro, accordi con ministri (più e meno riconosciuti come tali). Fino ad arrivare all’ospedale, ai bambini, alle scuole esplose, a Kabul e al suono delle esplosioni ogni volta più vicine.
Ho sicuramente scoperto tante cose bellissime sull’attività di Emergency e ho riflettuto su tante implicazioni meno immediate del lavoro che svolgono. In primis tutto l’aspetto burocratico, nella situazione delicata di un paese in costante guerra civile; ma anche cosa possa significare coordinare il lavoro di uno staff in un contesto del genere, formando personale del posto, per i ruoli dal più piccolo al più grande. Poi l’attenzione per i prigionieri di guerra, la necessità di imporre delle condizioni e delle trattative, guadagnandosi il rispetto di qualunque forza politica e religiosa, per poter lavorare in estrema sicurezza.

Sarà di nuovo il nostro ospedale, dove si cerca di cucire ferite e riannodare brandelli di umanità, di cominciare di nuovo a vivere in mezzo alle tragedie.

La voce di Gino Strada è appassionata, a volte con rabbia a volte con un entusiasmo disarmante: ricalca la meraviglia di conoscere personaggi improbabili, la forza che può trasmettere il sostegno di un amico o l’amore di una moglie, l’ammirazione verso uomini forti che lottano per il proprio popolo. S’incupisce sulla frustrazione per non poter svolgere a pieno quello che ritiene giusto e si carica di orgoglio per i piccoli e grandi traguardi. Contemporaneamente la sua voce è estremamente lucida, demolisce i controsensi della società, della politica, dell’indifferenza, della crudeltà insensata.
È davvero un libro che dal profondo del mio cuore mi sento di consigliare a chiunque.

Jaweed ha vent’anni e porta ancora sul volto i segni delle schegge. “Presto, presto, tutti in casa!” aveva urlato alla famiglia, mentre cercavano rifugio durante un attacco aereo. Lui, il fratello maggiore, era rimasto fuori, l’ultimo, perché tutti fossero al sicuro. Un’altra bomba ha polverizzato la casa di Jaweed. Dentro c’erano suo padre e sua madre, le cinque sorelle e i due fratelli. Tutti morti. La sorella più piccola si chiamava Fahima, e aveva cinque anni.
I parlamentari italiani, il novantadue per centro di loro, hanno dichiarato guerra all’Afganistan. Il Parlamento ha votato contro la nostra Costituzione, che “ripudia la guerra”. Hanno scelto la guerra, ancora una volta, hanno deciso che sta bene loro che si uccida. Mi dicono che per qualcuno è stata una decisione sofferta. Vedremo di farlo sapere a Jaweed, magari deciderà di inviare messaggi di solidarietà ai sofferenti nostri politici. 

♥ ♥ ♥ ♥


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Gino Strada: è chirurgo di guerra e uno dei fondatori di Emergency, l’associazione umanitaria italiana per la cura e la riabilitazione delle vittime di guerra e delle mine antiuomo. È impegnato su tutti i fronti di guerra, dall’Afghanistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cambogia e al Sudan. Con Feltrinelli ha pubblicato anche Pappagalli verdi (1999), che ha vinto il premio internazionale “Viareggio Versilia 1999” e continua a riscuotere un grande successo, Buskashì. Viaggio dentro la guerra (2002) e ha scritto la prefazione a In tournée (2002) di Lella Costa.

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3 pensieri su “Recensione: Buskashì di Gino Strada

  1. Luca ha detto:

    L’ho letto anche io,molti anni fa, preceduto (prima) da “Pappagalli verdi: sono dei libri davvero emblematici della guerra che si svolge in quei posti, ma soprattutto dell’attività instancabile di Gino Strada e del suo staff. Chapeau. 🙂

    Piace a 1 persona

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