Recensione: Il sesso inutile di Oriana Fallaci

Titolo: Il sesso inutile Autore: Oriana Fallaci | Casa Editrice: Rizzoli | Data pubblicazione: Aprile 1961 | Pagine: 219

“Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico.” Così Oriana Fallaci nella premessa a “Il sesso mutile”, il primo libro che pubblica con Rizzoli, nel 1961. L’anno precedente, inviata de “L’Europeo”, è in Oriente insieme al fotografo Duilio Pallottelli per un’inchiesta sulla condizione delle donne. È partita alla ricerca di tracce di felicità e nel libro racconta la sua esperienza: a Karachi in Pakistan assiste al matrimonio di una sposa bambina e si ribella all’idea delle donne velate; a New Delhi incontra Rajkumari Amrit Kaur, figura di grande potere in India, e le sembra che assomigli a sua nonna; in Malesia conosce le matriarche che vivono nella giungla; a Singapore c’è la scrittrice Han Suyin, che sente subito amica; a Hong Kong le cinesi non hanno più i piedi fasciati ma le intoccabili abitano ancora sulle barche, senza mai scendere a terra; a Tokio è smarrita di fronte all’impenetrabilità delle giapponesi e a Kyoto affronta il mistero delle geishe; alle Hawaii cerca invano i segni di un’esistenza originaria intatta. Il viaggio si conclude a New York, dove il progresso ha reso più facile la vita delle donne a confrontarsi con “un mondo di uomini deboli, incatenati a una schiavitù che essi stessi alimentano e di cui non sanno liberarsi”.


Sto scrivendo questa recensione con un numero notevole di mesi di ritardo rispetto a quando ho terminato la lettura. Credo che non avrei potuto farlo con nessun altro libro e nessun altra autrice, se non Oriana Fallaci: scrive e racconta in una maniera talmente tagliente, da imprimere letteralmente le impressioni e le sensazioni che il lettore prova leggendo. Questa recensione non sarà quindi sicuramente frutto di pensieri a caldo, ma non posso neanche dire che tutti questi mesi siano serviti a mettere in ordine sul serio le idee.
Non conosco un’altra penna che sia tanto femminista e tanto anti-femminista al tempo stesso. Non so neanche come la mente e il pensiero di Oriana Fallaci potessero racchiudere tante contraddizioni, ma lo facevano e in questo libro vengono fuori con prepotenza. Nel 1961 la Fallaci, inviata del giornale L’Europeo, compie un viaggio in Oriente con lo scopo di scrivere un pezzo sulla condizione della donna. Pakistan, India, Malesia, Honk Kong… in ogni paese le donne vivono un ruolo diverso nella società e questo è il punto di partenza per indagare la storia di quel posto, la politica e la religione. A volte sono consapevoli della trappola in cui sono rinchiuse, molto spesso non lo sono affatto; a volte sono libere in modi che l’occidente non ha raggiunto neanche oggi. Molto più spesso, forse sempre, le donne di questo libro recitano un ruolo che gli è stato assegnato dagli uomini: in quel ruolo si calano alla perfezione, con una naturalezza a tratti inquietante. Eppure la voce della Fallaci è in grado di demolire anche la migliore delle messinscene.

«Ho capito,» essa disse rizzando l’indice secco e brunito «ho capito che tutte le donne sono uguali nel mondo e che vogliono le medesime cose: una famiglia, una casa, i soldi per campare, la libertà. Ho capito che le indiane hanno subìto nella ricerca di quelle cose il più drammatico cambiamento che le donne di un paese abbiano mai subìto. Io non so se questo le renda più felici o infelici, ma di una cosa son certa: non sono più innocue farflalle. Sono farfalle di ferro.»

Si viaggia un sacco in questo libro e si imparano molte cose. Ho scoperto usanze disumane che non avrei mai potuto immaginare, ma anche popolazioni legendarie, come le matriarche della Malesia; ho storto il naso davanti a frasi che annullavano la donna, ma non più di quanto già non facesse il suo stile di (non) vita. Se molte cose si imparano grazie alla Fallaci, forse altrettante se ne imparano nonostante la Fallaci. Sin da subito è evidente che la tesi che vuole portare avanti nella sua inchiesta, è quella secondo cui la donna non è felice in nessuna parte del mondo, nè in Oriente, né a New York, ultima tappa del viaggio. In ogni posto la donna è prigioniera dei suoi stessi desideri e di quelli dell’uomo; più precisamente, secondo la visione dell’autrice, è la donna che ovunque nel mondo è incapace di essere felice e causa la sua stessa disperazione. La donna è sola, l’uomo è, in un modo o nell’altro, sempre suo nemico
Guidata da questa tesi, l’autrice non fa davvero il minimo sforzo per entrare in empatia con la storia che sta raccontando e quasi si limita a riportarla con sguardo severo. Spesso emerge un tono di superiorità culturale, che non è per nulla inaspettato da parte sua, ma che non scava oltre la superficie. Questa è una cosa che non mi sarei aspettata dall’autrice di
Lettera a un bambino mai nato (di cui abbiamo parlato qui), dove l’empatia è la chiave, o anche di Insciallah (uno dei miei libri preferiti, che ho recensito qui), dove i sentimenti e le storie degli uomini si confondono indipendentemente dagli schieramenti.
Io credo che stia al lettore fare uno sforzo di empatia e comprensione in più, sia nei confronti delle storie narrate, sia della narratrice stessa. Si tratta pur sempre di un libro scritto nel 1961, e lei che sembra dipingere la donna moderna come un mostro emancipato e triste, è la stessa che più di dieci anni dopo scriverà il manifesto della rivendicazione del corpo della donna nel contesto del diritto all’aborto.

Col progresso abbiamo distrutto l’unico strumento per combattere la noia: quel difetto squisito che si chiama fantasia.

Si tratta pur sempre di una donna che nel 1961 scrive per dare una voce a milioni di donne che non ce l’hanno, che non fanno numero neanche all’interno della propria famiglia, che sono oggetti senza anima nè identità. Solo una delle mille contraddizioni di questa autrice. E poi questo è pur sempre un libro che ti tene incollato alle pagine, una tappa dopo l’altra, un continuo viaggio di scoperta e riflessione.
Un’altra cosa che volevo sottolineare, è quanto mi piacciano queste edizioni bestBUR dei libri della Fallaci. Io ne ho diversi così e li trovo davvero belli. Nonostante questo però, mentre in Lettera a un bambino mai nato avevo apprezzato molto anche la prefazione di Lucia Annunziata (tanto che mi sembra di averlo scritto anche nella recensione), qui ho decisamente odiato la prefazione di Giovanna Botteri, che fa uno spoiler sistematico di ogni singola tappa del viaggio. Come consiglio personale: saltatela e al massimo leggetela alla fine.
Come concludere questa recensione… per me la voce di Oriana Fallaci (senza neanche entrare nel merito del personaggio) avrà sempre un fascino che la rende irresistibile ai miei occhi. Ha quella capacità di far emergere le contraddizioni di ogni evento, personaggio o storia. Niente è mai bianco o nero, ma solo un punto di partenza per ridipingere il quadro intero. Anche quando, come in questo caso, appiattisce il tono per veicolare il suo messaggio, in realtà sta comunque aprendo lo sguardo del lettore a infinite possibilità e punti di vista. Ecco conclud
o così: vi consiglio questo libro come esercizio per la mente e per il cuore.

Da un capo all’altro della terra le donne vivono in un modo sbagliato: o segregate come bestie in uno zoo, guardando il cielo e la gente da un lenzuolo che le avvolge come il sudario avvolge il cadavere, o scatenate come guerrieri ambiziosi, guadagnando medaglie nelle gare di tiro coi maschi. E io non sapevo se la pena più profonda l’avessi provata dinanzi alla piccola sposa di Karachi o dinanzi alla brutta soldatessa di Ankara. Io non sapevo se mi avesse spaventato di più la vecchia cinese coi piedi fasciati o questa americana impegnata a trattenere un italiano che sbadigliava di sonno.

♥ ♥ ♥


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Oriana Fallaci: (Firenze, 1929 – 2006) è stata una scrittrice, giornalista e attivista italiana. Partecipò giovanissima alla Resistenza italiana e fu la prima donna italiana ad andare al fronte in qualità di inviata speciale. Durante gli ultimi anni di vita fecero discutere le sue dure prese di posizione contro l’Islam, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 a New York, città dove viveva. Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto circa venti milioni di copie in tutto il mondo.

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