Recensione: Insciallah di Oriana Fallaci

Insciallah

  • Titolo: Insciallah
  • Autore: Oriana Fallaci
  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Data pubblicazione: Luglio 1990
  • Pagine: 795
  • Trama: Nel 1990 Oriana Fallaci torna al romanzo con “Insciallah”, un’opera corale che prende spunto dalla missione occidentale di pace a Beirut dopo i sanguinosi eventi del 1982. Una “piccola Iliade” che la stessa Fallaci racconta dando voce a uno dei protagonisti, il Professore, un militare appassionato di letteratura: la storia si svolge nell’arco di tre mesi, novanta giorni che vanno da una domenica di fine ottobre a una domenica di fine gennaio, s’apre coi cani di Beirut, prende l’avvio dalla duplice strage, segue il filo conduttore d’una equazione matematica, e per svilupparne la trama mi servo dell’amletico scudiero di Ulisse. Quello che cerca la formula della Vita”. Immergendosi nel dramma dei combattimenti e dando voce alle vittime e alle figure spesso dimenticate – “i bambini che la guerra uccide, i lenoni che la guerra favorisce, i banditi che la guerra protegge” – la Fallaci ci offre un grande “atto d’amore per la Vita”, che rifiuta la ferocia di qualsiasi conflitto e mette l’Uomo al centro del proprio destino.

oriana (1)Oriana Fallaci nel 1983 è inviata in Libano come corrispondente nell’intervento delle forze internazionali, tra cui anche l’Italia. Lo scopo era quello di proteggere i campi profughi palestinesi nella parte occidentale della capitale libanese, Beirut.
Insciallah, pubblicato poi nel 1990, è ambientato proprio in questo contesto in un arco di tempo di tre mesi che va da una domenica di fine ottobre a una domenica di fine gennaio. L’evento iniziale è quello di un duplice attentato ai danni dei francesi e degli americani che per qualche motivo risparmia la base italiana. Da qui in poi, col sentore di un pericolo in agguato, quello del terzo camion, tutto si muove con una velocità diversa, sotto una luce diversa, in un teatro dell’assurdo in cui recitano infiniti volti. 

Io sono Beirut. Sono una sconfitta che rifiuta di arrendersi, una moribonda che rifiuta di morire, sono un gallo impazzito che canta alle ore sbagliare, un cane randagio che abbaia nella notte. Né me ne vergogno. C’è tanta infelicità nei chicchirichì di quei galli, c’è tanta vitalità nei latrati di quei cani, e credi: non abbaiano solo per sbranarsi, per conquistare il marciapiede colmo di spazzatura. A volte abbaiano per procurarsi un compagno da amare e da cui essere amati, e se ci riescono diventano i cani più mansueti nel mondo.

E con infiniti volti, intendo una mole di personaggi incredibile, una carrellata di storie1983-paolo-nespoli-oriana-fallaci diverse, di regioni, dialetti, mondi che si scontrano, estrazioni sociali tra le più disparate. Per l’ennesima volta lo ripeto: il mio particolare preferito in assoluto in un romanzo, è la costruzione dei personaggi. E Insciallah è stato, dall’inizio alla fine, il prototipo perfetto di ciò che mi fa impazzire: un signor romanzo con dei (mille) signori personaggi. Angelo per primo, e la sua ossessione per la formula della vita, poi Charlie e il suo istinto materno e quella bambina che gli fu strappata via. Martino con il suo segreto, la sua insicurezza e la sua delicata comprensione nei confronti di Stefano, che si scopre in grado di amare un improbabile destinatario. Cavallo Pazzo (quanto l’ho odiato) e il Condor, il fiero generale, il Pistoia, che mi ha fatto un sacco ridere con il suo modo di fare senza mezzi termini. Bilal, lo spazzino, Passepartout, il tredicenne con il kalashnikov. E tantissimi altri: non leggevo un romanzo del genere da una vita!
Ogni vicenda si svolge parallelamente alle altre, ma ne risulta legata in modi insospettabili: ogni evento influenza il futuro e lo segna in modo irreversibile, ogni circostanza risulta determinante. Ma non in modo costruito e banale come succede a volte nei romanzi, bensì nel modo sottile e inevitabile con cui succede nella realtà. E contemporaneamente ne viene fuori un dilemma: non è forse una vigliaccheria incolpare il destino del corso degli eventi? Oppure è un modo per arrendersi al flusso vitale che ci circonda, dire semplicemente sì alla vita? 

Che la solitudine sia l’unica compagnia che abbiamo per non sentirci soli? Che la vera realtà sia la fantasia? Che nascere e vivere e morire sia un sogno come il sogno dei sogni cioè quel Dio al quale chiediamo disperatamente di esistere anche quando pensiamo che non esista, che sia stato inventato da noi?

Foto3-BIGMa la colonna portante del romanzo, l’eco che risuona in ogni riga, in ogni singola sillaba è l’inno contro la guerra che la Fallaci sputa fuori con disprezzo. L’ho quasi immaginata, col sorriso amaro di chi le ha viste tutte, la sigaretta in bocca, mentre a macchina batteva quelle descrizioni devastanti sulla crudeltà umana. L’ho vista accelerare il ritmo di battitura su quei monologhi di pentimento dei soldati, quelli in cui qualcuno, davanti al cadavere di un bambino sporco del cibo che trasportava, si rende conto dell’insensatezza di ciò che sta facendo; quelli in cui dichiara che il problema non è l’estrazione sociale, ricchi o poveri, tutti gli uomini sono in grado di disumanità.
Ho pianto più e più volte. Ho sorriso anche amaramente, anche io insieme alla Fallaci, che scuoteva la testa delusa da quegli stolti ragazzini. Quelli che alla fine di tutto hanno detto che è vero che la guerra ti rende uomo. Mi sono sentita investita da un senso di vuoto. Ogni umana debolezza è ritratta in un modo così perfetto che le ho sentite anche io, ogni singolo momento di dolore è stato anche il mio, ogni momento di egoismo l’ho vissuto sulla mia pelle come un rimpianto. Ogni barlume d’amore l’ho accolto con speranza, ogni gesto di amicizia e tenerezza, ogni sguardo di bambino, nonostante ormai con un cuore e un’anima adulta.
Lo stile è stato assolutamente il mezzo perfetto per veicolare tutto questo: all’inizio ogni capitolo è dedicato ad un personaggio, e lo segue tra presente e passato, ne racconta aneddoti e debolezze che poi torneranno a fare capolino nel corso della storia. La Fallaci in questo romanzo ha giocato tanto sulle ripetizioni, sui rimandi tra una vicenda e l’altra, tra una storia e l’altra. Metafora dell’impatto di ogni evento su tutto il resto, e metafora della ridondanza degli intrecci, che appare così inadeguata davanti alla tragedia della guerra. E poi ha giocato sulle immagini estreme, sulle descrizioni che ti caricano di angoscia, ma che riescono ad essere più forti ed esplicative di qualunque riflessione. Una bellissima cavalla trafitta da scariche di proiettili, una prostituta che si regala per un po’ d’amore,
Insciallah è un romanzo per tutti, nel senso che tutti dovrebbero leggerlo. Riesce ad essere, come l’autrice annuncia nella primissima pagina, un atto d’amore per loro e per la Vita. Loro, cioè gli uomini, le donne, i vecchi, i bambini trucidati negli altri massacri di quella città e in tutti i massacri dell’eterno massacro che ha nome guerra.
Insciallah, come Dio vuole, come a Dio piace.

È la molla della vita, il coraggio. Accendemmo il fuoco perché avemmo coraggio. Uscimmo dalle caverne e piantammo il primo seme perché avemmo coraggio. Ci gettammo in acqua e poi in cielo perché avemmo coraggio. Inventammo le parole e i numeri, affrontammo le fatiche del pensiero, perché avemmo coraggio. La storia dell’Uomo è anzitutto e soprattutto una storia di coraggio : la prova che senza il coraggio non fai nulla, che se non hai coraggio nemmeno l’intelligenza ti serve.
E il coraggio ha molti volti : il volto della generosità, della vanità, della curiosità, della necessità, dell’orgoglio, dell’innocenza, dell’incoscienza, dell’odio, dell’allegria, della disperazione, della rabbia, e perfino della paura cui rimane spesso legato da un vincolo quasi filiale.
Però esiste un coraggio che non ha niente a che fare con quei tipi di coraggio : il coraggio cieco e sordo e illimitato, suicida, che nasce dall’amore. Non ha confini il coraggio che nasce dall’amore e per amore si realizza. Non tiene conto di alcun pericolo, non ascolta nessuna forma di raziocinio. Pretende di muovere le montagne e spesso le muove. A volte, invece, ne viene schiacciato.

♥ ♥ ♥ ♥ ½


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Oriana Fallaci: (Firenze, 1929 – 2006) è stata una scrittrice, giornalista e attivista italiana. Partecipò giovanissima alla Resistenza italiana e fu la prima donna italiana ad andare al fronte in qualità di inviata speciale. Durante gli ultimi anni di vita fecero discutere le sue dure prese di posizione contro l’Islam, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 a New York, città dove viveva. Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto circa venti milioni di copie in tutto il mondo.

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