Recensione: Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati

Titolo: Il deserto dei Tartari Autore: Dino Buzzati | Casa Editrice: Mondadori | Data pubblicazione: 1940 | Pagine: 233

Pubblicato nel 1940, Il deserto dei Tartari segna la consacrazione di Dino Buzzati tra i grandi scrittori del Novecento italiano. Lo spunto di questo romanzo, raccontò l’autore in un’intervista, nacque “dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe così consumato inutilmente la vita. E’ un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario nelle città. La trasposizione di quest’idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva”.
Nelle vicende del tenente Drogo che, asserragliato in una fortezza ai limiti del deserto, consuma la sua esistenza nella vana attesa dell’invasione dei Tartari, si ritrovano tutti i temi nodali della narrativa buzzatiana, ricca di allegorie magiche e surreali, cariche di angoscia e di fascino
.


Sono ormai passati mesi dall’ultima volta che mi sono seduta a scrivere una recensione, quindi perdonatemi se sembrerò un po’ arruginita: Il deserto dei Tartari non se la merita decisamente la mia ruggine. Al tempo stesso però si meritava il mio tempo e le mie parole, quindi non avrei potuto scegliere un libro migliore per ricominciare a parlare di libri. Credo che non si tratti neanche di una coincidenza: certe pagine hanno il potere di scuoterti dal torpore della quotidianità, di far risuonare dei campanelli che avevi messo a tacere.
Temporeggio un po’, sistemo tutti gli inutili dettagli di questo articolo e mi guardo intorno in cerca di parole. Sfoglio Il deserto dei Tartari, che di belle parole ne ha a bizzeffe. Parole che raccontano la vita di Giovanni Drogo, giovane tenente mandato a prestare servizio alla Fortezza Bastiani: si tratta di un presidio lontano e isolato, tanto che nessuno sembra sapere precisamente dove si trovi, posto sulla frontiera al confine con le terre del nord. Un tratto di frontiera morta, dal quale non è mai arrivato nessun nemico e probabilmente mai ne arriverà, se non si considerano le leggende a proposito dei Tartari.
Alla Fortezza Bastiani però le vite dei soldati si consumano nell’attesa. Un’attesa nascosta, che non si confessano neanche l’un l’altro, che dissimulano dietro una falsa indifferenza. Un’attesa carica di speranze inesaudibili (e inesauribili): che prima o poi arrivi il nemico, arrivi la guerra, e l’attesa giunga finalmente a termine.
Succede anche un’altra cosa alla Fortezza Bastiani: quell’attesa è in grado di fare prigionieri. Arrivi e già non vedi l’ora di andartene, ma poi se resti troppo a lungo, l’attesa diventa una droga, una trappola letale e l’unico apparente scopo dell’esistenza. Non succede proprio a tutti: probabilmente devi avere una predisposizione, un qualcosa negli occhi che ti porta a incatenarti a quel luogo, a fissare il deserto e a prendere coscienza del fatto che potresti farlo per sempre.

Che triste sbaglio, pensò Drogo, forse tutto è così, crediamo che attorno ci siano creature simili a noi e invece non c’è che gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli.

Io, leggendo, ho proprio pensato che se fossi passata di lì, la Fortezza Bastiani mi avrebbe incastrata. Ho sentito da subito una triste empatia per Giovanni Drogo, ma anche per Ortiz, per Tronk e per il comandante Filimore, un’empatia che mi ha quasi spaventata nel suo essere così viscerale e naturale.
C’è un passaggio del libro che mi ha lasciata a bocca aperta: credo che ve lo lascerò qui sotto in fondo alla recensione. Si tratta di una metafora che paragona alla vita una strada, che cambia aspetto man mano che si va avanti, ma che percorriamo con una consapevolezza scarsa, o anzi nulla, del punto in cui ci troviamo.
Per la maggior parte del libro Drogo è davvero molto giovane, ha la mia età, e ha effettivamente tutta la vita davanti, ma al tempo stesso non ce l’ha. Il lettore lo capisce che la sua vita si sta consumando in un’attesa insensata, che non c’è via di scampo, non c’è evento che possa scuoterlo.
Quante volte ho vissuto nell’attesa? Quante volte ho speso giornate intere (o mesi?) nell’inconfessabile attesa di qualcosa? A volte ho aspettato qualcosa di ben preciso, a volte si è trattato di una semplice attesa fine a stessa, ma sempre indefinita, sempre inconfessabile a me e agli altri. Anche oggi, anche ora, c’è un pensiero da qualche parte nella mia testa che mi racconta che il meglio deve ancora venire, che c’è tanta strada e tante occasioni. Dino Buzzati ha acceso un altro pensiero, che spero non si spegnerà tanto presto: è una voce che mi invita a dare valore al tempo, a prenderne coscienza in modo diverso, a non fare quello che faccio sempre. Lasciar correre e non pensare, attendere e non ammetterlo.

Così una pagina lentamente si volta, si distende dalla parte opposta, aggiungendosi alle altre già finite, per ora è solamente uno strato sottile, quelle che rimangono da leggere sono in confronto un mucchio inesauribile. Ma è pur sempre un’altra pagina consumata, signor tenente, una porzione di vita.

Insensata è l’attesa, ma ancora di più il modo in cui questa viene vissuta. I rituali vuoti dei soldati, i protocolli, le parole d’ordine, le trombe che suonano e si esercitano per prepararsi a una guerra che forse non ci sarà mai. Il resto del mondo, lontano, cambia e va avanti, ma lì tutto resta lo stesso e la vita si ripete uguale ogni giorno. O peggio, a volte ci sono degli eventi enormi, addirittura qualcuno muore nell’eterna preparazione a questa guerra, e l’insensatezza emerge ancora più prepotentemente.
Accanto a questo tema enorme e continuamente presente come allegoria di fondo, c’è quello della solitudine. I sentimenti di Drogo e degli altri soldati sono gli stessi, ma non per questo sono più facilmente comprensibili. Se raccontati ad alta voce si rivelano in tutta la loro irrazionalità, come succede a Drogo quando si guarda allo specchio: la faccia gialla e le ossa sporgenti e ancora, imperterrita la speranza per il futuro, per la guerra, per la guarigione, per la gloria.
In fondo arriva il momento in cui il velo cade, ma arriva troppo tardi.
Io non me l’aspettavo che questo libro mi sarebbe piaciuto così tanto. Di Buzzati avevo già letto i primi due libri, Barnabo delle montagne e Il segreto del Bosco Vecchio (vi avevo parlato qui di entrambi) e mi erano piaciuti, ma senza eccessivo entusiasmo. Questa lettura invece mi ha catturata sin dall’inizio: è sconvolgente il modo in cui riesce a dare voce ad un sentimento così universale e ad evocarlo in tutte le sue mille sfaccettature. Gli dà voce, ma senza farlo davvero, perché uno dei requisiti da rispettare è proprio questo restare nascosto, permeare ogni secondo della vita senza mai rivelarsi. Non mi sono mai annoiata e sembra assurdo anche a me dire questa cosa a proposito di un libro che parla di attesa.
La verità forse è che anche io, nonostante lo sapessi benissimo come sarebbe andata a finire, aspettavo, sera dopo sera che dal fondo del deserto, da quel triangolo visibile tra le montagne, il nemico comparisse. Controllavo ogni sera con il cannocchiale, mi fingevo tranquilla. Ma poi mi mettevo a letto speranzosa per il giorno a seguire, che sarebbe stato di certo quello buono.
Che potere deve avere una penna per farti illudere e disilludere così tanto e nello stesso libro?

Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo. Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada. Così continua il cammino in un’attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto. Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualcosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa in tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una all’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire. Chiudono a un certo punto alla nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa in tempo a tornare.

♥ ♥ ♥ ♥ ♥


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Dino Buzzati: Belluno 1906 – Milano 1972, è stato uno scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo e poeta italiano. Fin da studente collaborò al Corriere della Sera come cronista, redattore e inviato speciale. Autore di un grande numero di romanzi e racconti surreali e realistico-magici, tanto da esser stato a più riprese definito il Kafka italiano, viene considerato, insieme a Italo Calvino e Tommaso Landolfi, uno dei più grandi scrittori fantastici del Novecento italiano. Esordisce in narrativa nel 1933 con Barnabo delle montagne, mentre il suo capolavoro, Il deserto dei Tartari (1940), è considerato dalla critica il vertice della narrativa esistenzialista italiana.

2 commenti

  1. Ciao Dalì, è bello rileggerti! 🙂 Ho letto “Il deserto dei Tartari” molti anni fa, e lo trovai bellissimo! Sempre di Buzzati, molto belli sono anche i “Sessanta racconti”, ed “Un amore”. Al contrario, non ho mai letto “Il segreto del bosco vecchio”, né “Barnabo delle montagne”; me li consiglieresti?
    Buon pomeriggio! ❤

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