False credenze sui fenomeni migratori, una conferenza tra medicina e società

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Oggi ho deciso di raccontarvi una cosa un po’ distante dal mondo dei libri, eppure perfettamente in linea con gli ultimi articoli. Ho iniziato Lacrime di sale, perché volevo farlo da tempo, perché mi incuriosiva la figura di questo medico che porta umanità nella disumanità e sicuramente per leggere un punto di vista vicino (che più vicino non si può) sull’accoglienza ai migranti.bracci
Mentre lo leggevo, ho scoperto Fuocoammare, di cui parla un capitolo del libro: il documentario che Gianfranco Rosi ha girato a Lampedusa. E sempre mentre leggevo il libro mi sono imbattuta in questa locandina che vedete qui su.
Si tratta di una conferenza, a cui poi ho ovviamente partecipato, dal titolo False credenze sui fenomeni migratori: un percorso fra medicina e società per capire gli aspetti della salute dei migranti, il loro rapporto con la sanità e la percezione del fenomeno da parte dei cittadini. La conferenza era organizzata dalla sede di Pisa del SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) e strutturata in due interventi: il primo del sociologo Fabio Bracci e il secondo dell’epidemiologa e ricercatrice Lara Tavoschi.
Credo sia interessante riportarvi un po’ quello che è stato detto, non pretendo di fare una trascrizione e spero che sia un argomento interessantetavoschi anche per voi. Sicuramente è attualissimo e perfettamente calzante e mi ha aiutato anche a reinterpretare in modo più critico e completo tante cose che ho letto. E a scoprirne di nuove. L’argomento è vastissimo e le due ore di conferenza sono servite per lo più a riportare un po’ di dati che siano utili per porci delle domande e individuare un po’ quali sono i problemi dei fenomeni migratori e ancora di più della loro percezione, spesso errata. Farò un discorso unico tentando di mettere insieme la maggior parte delle informazioni raccolte, ma non farò distinzione tra i due interventi, per rendere più organico il discorso. In generale, Lara Tavoschi ci ha presentato gli aspetti più relativi all’aspetto sanitario e Fabio Bracci gli aspetti più demografici e sociologici, nonostante poi abbiano riportato aneddoti ed esempi comuni a completare il quadro.


Non esiste una definizione universale e internazionale di migrante: molto genericamente si tratta di una persona che lascia il proprio paese per le esigenze più disparate. Questa definizione racchiude un gruppo di persone molto eterogeneo, con esigenze sanitarie e non molto diverse. Attualmente tendiamo invece ad attribuirla quasi esclusivamente agli immigrati che approdano nei porti europei con i barconi e questo crea errori di percezione del fenomeno e errori di gestione. Oltre il 50% dei migranti in Italia proviene dall’interno dell’Unione Europea.
Tale ambiguità nella definizione, crea anche problemi di attendibilità e di confronto nei dati statistici: a volte si considera la nazione di nascita, altre volte la cittadinanza e diventa un problema ottenere dei dati omogenei.

I motivi per cui si migra sono i più disparati e questo rende molto labile le definizioni di migrante sociale, economico o politico. Il tasso di migrazione è influenzato quindi da vari fattori: l’occupazione giovanile, la stabilità politica, la crescita demografica. Non si deve sottovalutare il fatto che la popolazione mondiale è destinata a crescere nel corso dei prossimi decenni, ma maniera tutt’altro che uniforme. Si prevede infatti che la popolazione europea tenderà ad un declino demografico già in corso: l’Italia sta già diminuendo la sua popolazione e questo accade nonostante l’aumento della componente straniera. Al contrario, il continente africano sarà interessato da una crescita demografica imponente. Questa discrepanza fornisce sicuramente una spinta alla migrazione.
Un ulteriore motore da considerare è il reddito, il quale però ci fornisce due tipi di dati. In primo luogo si osserva tra il 1980 e il 2015 un aumento della quota di ricchezza nazionale che va al 10% più ricco della popolazione. Questo comporta una maggiore discrepanza tra le classi sociali del paese e correla positivamente con l’aumento dei fenomeni migratori. Non bisogna però pensare che l’aumento di ricchezza di un paese corrisponda ad una minore tendenza migratoria: la relazione non è affatto lineare, bensì a campana. Considerando un arco di tempo di cinque decenni, in un primo momento, l’aumento del reddito si associa ad un aumento dei flussi migratori che tenderà a diminuire solo in un secondo momento. Questo vale soprattutto per i paesi a basso reddito: un paese come la Repubblica Centrafricana o come il Niger, considerati tra i più poveri al mondo, non hanno alti flussi migratori in uscita, perché la popolazione è troppo povera per poter affrontare il viaggio. Questo ci deve far capire che il banale aiutiamoli a casa loro, non produce effetti nel breve periodo: le missioni umanitarie e di sostegno allo sviluppo, sono piuttosto un incentivo alla migrazione nel breve termine. A questo proposito vi lascio un articolo del Corriere della Sera, che riporta esattamente questi stessi dati.

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Migrazione mondiale dal 1990 al 2015 rispetto al PIL procapite [Fonte: Corriere della Sera]
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Partenze per l’Italia, origine e fasce di reddito [Fonte: Corriere della Sera]

Dati alla mano, si può parlare delle discrepanze tra realtà e percezione. I dati del 2017 ci mostrano i dieci paesi con maggior numero di rifugiati nel mondo: c’è soltanto un paese europeo che è la Germania, all’ottavo posto. Mentre i primi tre sono Turchia, Pakistan e Libano. Se si andasse a considerare la percentuale rispetto alla popolazione residente, figurerebbe sicuramente Malta, ma sarebbe primo il Libano che conta circa un profugo ogni sei abitanti.
Ovviamente l’Italia non è tra questi dieci paesi, segno del fatto che l’isteria sull’emergenza migranti è principalmente frutto del bombardamento mediatico spietato. Questo non vuol dire che non ci siano diversi problemi da gestire sulla questione migranti e sulla loro gestione, ma di certo i numeri andrebbero contestualizzati e soprattutto quantificati in modo veritiero.
Sempre attenendoci ai dati, infatti, l’Italia risulta essere il paese maggiormente disinformato e con la percezione più distorta tra quelli dell’Unione Europea. Questo secondo un’analisi dei dati condotta dall’Istituto Cattaneo: è stato chiesto agli intervistati qual è secondo loro la percentuale di immigrati non provenienti dall’UE in Italia (vi invito a provare a rispondere prima di leggere i dati effettivi).
Il 27% degli italiani non sa rispondere, dato anche al di sotto della media europea (il 31% non sa rispondere, con picchi del 70% in Bulgaria e Portogallo). Escludendo gli astenuti, però, la risposta è in media il 25%. Gli italiani credono (in media) che il 25% della loro popolazione sia costituita da migranti non provenienti dall’UE, cioè 1 straniero ogni 4 abitanti. Il dato effettivo è invece meno dell’8% con un errore di percezione che supera il 17%. Si tratta dell’errore di percezione più alto in europa.

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[Fonte: Istituto Cattaneo]

Si può affermare che tale errore di percezione sia guidato da una propaganda mediatica esagerata e partitica? Probabilmente sì e ce lo dimostrano i dati suddivisi per orientamento politico degli intervistati. Coloro che affermano di essere di destra, forniscono una risposta media del 32,4%, con un errore percettivo di oltre il 25%.

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[Fonte: Istituto Cattaneo]

Pensate poi che questi dati sono risalenti al 2017, ad oggi la situazione sarebbe sicuramente ancora peggiore. Vi invito ad andare a dare uno sguardo allo studio completo, perché è molto interessante e presenta tanti altri grafici che non posso riportare tutti qui. C’è anche un’analisi delle risposte in base alla provenienza geografica, al grado di istruzione e così via e anche sulla percezioni degli italiani a proposito dell’impatto degli stranieri su criminalità e crescita economica.

Quali sono i problemi sanitari legati ai fenomeni di migratori? Innanzitutto possiamo dividere i rischi di salute in base al momento a cui sono legati: legati al paese di origine (influenzati da vari fattori, quali endemia delle malattie o stabilità e efficienza del sistema sanitario), rischi legati al viaggio e rischi relativi al primo periodo di permanenza nel nuovo paese. Possiamo poi definire un’ulteriore categoria di rischio chiamata visiting friends and family o migrazione circolare: spesso viene trascurata ma è in realtà la più rilevante per la popolazione residente nel paese di destinazione. Si tratta dei rischi correlati con il ritorno a casa per un breve periodo di un migrante ormai residente in un nuovo paese. In ogni caso, dati raccolti in due centri di accoglienza in Sicilia, riportano che le malattie più frequentemente riscontrate sono contratte durante il viaggio: parliamo di parassitosi (scabbia in primis), malattie infettive del tratto gastroenterico e respiratorio. Tubercolosi e HIV, le malattie spauracchio, figurano molto in basso nella lista e a sostegno di questo, non si è verificato un aumento dei casi con l’aumento dei flussi migratori. Le malattie psichiatriche non sono affatto riportate: probabilmente però sarebbero le prime per frequenza.

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[Fonte: Greenaway et al. Journal of Travel Medicine, 2019, 1–10]

Patologie legate al paese di provenienza
Bisogna sottolineare l’importanza dell’informazione e della percezione: sicuramente i rischi legati al paese di origine sono legati anche alla copertura vaccinale, ma non bisogna dare per scontato che questa sia insufficiente nella maggior parte dei paesi di provenienza dei migranti, anzi! Non ricordavo alla perfezione i dati presentati durante la conferenza, ma ho cercato e ho trovato questo articolo de l’Espresso che fa riferimento a questo studio dell’Istituto Superiore di Sanità sulla copertura vaccinale nel bacino del Mediterraneo mentre in questo articolo de Il Sole 24 Ore si fa riferimento al continente africano. In entrambi casi i dati riportano notevoli discordanza con le nostre percezioni, soprattutto per i paesi da cui provengono la maggior parte dei migranti nel nostro paese.
Chiaramente una forte instabilità correla con l’incapacità di fornire i servizi sanitari adeguati: dati relativi alla Siria dimostrano che la copertura vaccinale ha iniziato a crollare con l’inizio della guerra civile. Questo vuol dire che, soprattutto al migrante bambino, al momento dell’arrivo dovranno essere somministrate tutte le vaccinazioni.
Cosa si offre al migrante all’arrivo nel nuovo paese? Le linee guida per l’Italia sono sancite da un documento pubblicato nel 2017 dall’Istituto Superiore di Sanità che determina l’offerta ai bambini (0-14 anni) che non sono mai stati vaccinati, o che presentano documentazione incerta, delle vaccinazioni secondo il calendario nazionale vigente, in rapporto all’età. Negli adulti che abbiano storia vaccinale incerta o assente, si raccomanda di offrire le seguenti vaccinazioni: antipolio, antidifterite, antitetano, antipertosse, antimorbillo, antiparotite, antirosolia, antivaricella a esclusione delle donne in gravidanza e anti-HBV a tutta la popolazione adulta sottoposta a screening e risultata negativa ai marcatori sierologici. (fonte: l’articolo de l’Espresso sopra riportato). Libano e Giordania, che abbiamo detto essere i principali paesi che ospitano migranti. risultano avere i migliori sistemi di vaccinazione ai nuovi arrivati, per organizzazione ed efficienza.
Informazioni relative al paese di provenienza sono fondamentali anche per quanto riguarda i test di screening. L’esempio riportato durante la conferenza è stato quello della tubercolosi: il test di screening per la tubercolosi attiva viene effettuato a tutti, mentre quello per tubercolosi latente ai migranti provenienti da paesi ad alta endemia e questo è sancito dalle stesse linee guida del 2017.
Patologie legate alla permanenza nel paese di arrivo
Questa categoria di patologie sono principalmente dovute alla distanza tra migrante e sistema di assistenza sanitaria, a una minore prevenzione, a condizioni di vita igienico-sanitarie inadeguate. Sicuramente il rischio decade con l’aumento del tempo di permanenza, a meno che le condizioni abitative non siano sub-ottimali.
Insieme alle condizioni abitative, dobbiamo considerare l’accesso alle cure. L’Istat ha messo a confronto dati relativi alla popolazione italiana con quelli relativi alla popolazione non residente (2012): questi ultimi hanno un minore accesso alle cure sia per la medicina preventiva (Pap test, vaccino anti-influenzale), sia per quella interventistica. Confrontando all’interno della popolazione straniera, gli europei con i non europei, si osserva un’ulteriore discrepanza. L’inefficienza dell’accesso alla medicina preventiva ha come effetto un maggiore accesso al pronto soccorso, ma in generale la spesa sanitaria pro-capite per i cittadini stranieri è nettamente inferiore a quella per gli italiani. Si devono considerare ovviamente dei fattori aggiuntivi, come un’età media inferiore negli stranieri rispetto agli italiani e quindi minore necessità in generale di assistenza sanitaria.
Il sistema sanitario deve essere inclusivo, deve adeguarsi alle esigenze dei fruitori, per quanto diverse tra loro, al fine di garantire un equo accesso alle cure. Ci sono tanti ostacoli che devono essere abbattuti, dai più ai meno immediati: la lingua in primo luogo, i problemi burocratici e la loro comprensione, l’accesso logistico alle cure. Ci sono barriere culturali da comprendere e ancora prima da individuare. Un esempio che è stato riportato riguarda la comunità cinese di Prato e l’assistenza post-partum: c’è voluto molto tempo a capire che le donne di quella comunità, dopo il parto, attraversavano per la loro cultura un momento di raccoglimento, necessario per ristabilire l’equilibrio e l’energia del proprio corpo, in cui stavano principalmente in casa. L’assistenza sanitaria, in questo contesto, doveva rendersi più accessibile, magari domiciliare. Molto probabilmente questo problema è venuto alla luce solo perché si tratta di una comunità davvero molto numerosa. Nella maggior parte dei casi non è così e simili barriere non vengono abbattute.


Tirando un po’ le somme, io credo che il principale aspetto su cui si debba intervenire, sia l’informazione. Capire quale sia la vera situazione, le vere condizioni dei migranti (sanitarie in senso stretto in questo caso, ma non solo), dare un valore reale ai numeri e impedire questa propaganda politica spietata che si fonda su vite vere. Solo partendo da questo si può pensare di migliorare le prospettive future.

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