Recensione: Balkan Express di Slavenka Drakulić

Titolo: Balkan Express| Autore: Slavenka Drakulić | Casa Editrice: il Saggiatore | Data pubblicazione: 1992 | Prima edizione italiana: 1993 | Pagine: 167

“Le mie brevi storie, scrive la Drakulic, metà racconto metà saggio, parlano delle metamorfosi che la guerra produce: metamorfosi dei valori, del modo di pensare, del proprio io profondo, fino al punto di non riconoscersi più”. Nelle storie di Balkan Express non ci sono gesti eroici, vittorie e sconfitte. C’è invece la trama del vissuto. “L’altra faccia della guerra” è quella che si vede e si sperimenta dal basso. E’ anche, in gran parte, quella delle donne. Che con la guerra fanno i conti nei rifugi cantine, nei negozi, negli ospedali e negli obitori, negli scambi laceranti con i figli.


La lettura di questo libro è arrivata in modo inaspettato, senza che io conoscessi né l’autrice né tantomeno il libro. Mi è stato prestato da un mio amico, estratto da una libreria bellissima che sembra un mondo dei sogni, ma questa è un’altra storia.
Balkan express è la raccolta di testimonianze e storie scritte tra il 1991 e il 1992 da Slavenka Drakulić, inizialmente per collaborazioni con vari giornali internazionali. Siamo negli anni delle guerre balcaniche in Croazia; Slavenka Drakulić è una giornalista croata, ma è anche una figlia, una madre, un essere umano spezzato dalla guerra.
Queste pagine (poche in fondo, solo 167) danno voce proprio a quelle crepe che la guerra genera nella vita di milioni di persone, nella loro percezione della realtà e della quotidianità che cambia, che viene plasmata in modo brutale e radicale. Come inizia tutto? Come si insinua quell’incubo sotto la pelle e dentro le ossa? Così, una pagina dopo l’altra, le cose che si modificano una lettera alla volta, un mese dopo l’altro.
Inizi a sobbalzare ai rumori, cambia il modo in cui vedi la tua casa e la prospettiva di tornarci dopo un viaggio. Cambia il modo in cui fai la spesa, si fanno strada nella tua testa le immagini di corpi smembrati che resteranno lì per sempre. Per non parlare poi dello sguardo che cambia verso l’altro, quello che era tuo fratello e ora è il tuo nemico, ma avete una storia in comune e fino a ieri eravate la stessa cosa e non esistevano neanche i serbi e i croati.
Leggere le parole di Slavenka Drakulić è stato per me come un viaggio lento e doloroso nella sua anima: ho visto le cose cambiare poco a poco e l’ho fatto attraverso i suoi occhi e le sue mani, che stentavano a riconoscersi. Ma è stato anche un viaggio attraverso le storie di persone sconfitte, persone comuni e le loro tragedie individuali eppure così collettive. Il capitolo più bello e più pesante è stato quello in cui lei incontra Ivan, un ragazzo guerriero di diciannove anni sopravvissuto all’assedio della sua città.
Balkan express parla della guerra in modo universale, non solo di quella nei Balcani, non solo della vita di una donna croata, ma di ogni singola persona che è passata dal chiedersi “Chissà com’è vivere in un paese in guerra” al trovarsi in una realtà nuova e spaventosa. Nonostante questo, nonostante il suo essere un manifesto globale, mi ha fatto venire la voglia e il desiderio di saperne di più di quello che è accaduto in quegli anni, che sono così vicini a noi e in un luogo che è proprio accanto a casa nostra, proprio accanto a noi.
Mi sono stupita di quanto questo libro sia poco conosciuto, credo che in Italia sia ormai fuori commercio da un po’. Eppure ogni capitolo mi è sembrato un tassello necessario e indispensabile, una briciola (ma fondamentale) nella consapevolezza che ognuno di noi dovrebbe costruirsi. Mi è sembrata quasi una fortuna averci messo gli occhi sopra: avete presente, quando la lettura diventa un privilegio?
Credo che sia davvero una lettura difficile. Mi ha fatto tornare in mente Pappagalli verdi di Gino Strada che ci assomiglia per molti versi: parla di guerra, è all’apparenza piccolino, ma dentro ha il potere di sconvolgere e portare alla luce una crudeltà assurda. La disperazione che sta dentro queste pagine, però è un po’ diversa perché non parla di corpi, di vita intesa come l’opposto della morte, ma di anime spezzate in corpi che continuano a respirare. Corpi giovani, bambini, ma anche di anziane donne sole, attrici senza patria, manifestanti anonimi.
Spero tanto che riusciate a trovare questo libro e che abbiate il privilegio di leggerlo. Credo che meriti davvero molto.

Mi sentivo in colpa. Non perché la guerra non avesse ferito anche me, si impara presto che in guerra non c’è né giustizia né uguaglianza. Mi sentivo colpevole perché questo ragazzino era costretto a parlare di guerra, non poteva parlare d’altro perché ormai la guerra era diventata la sua realtà.

♥ ♥ ♥ ♥


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Slavenka Drakulić: è giornalista, saggista e scrittrice. In Italia è nota sin dagli anni Novanta grazie alla pubblicazione di alcune opere sul mondo comunista e post-comunista. Nel 2004 ha ricevuto il premio Award for European Understanding della Fiera del libro di Lipsia. 
Tra le sue opere: Il gusto di un uomo (EST, 1999), La gatta di Varsavia. Favole sul comunismo raccontate da animali domestici, selvatici ed esotici (Dalai Editore, 2010), Il letto di Frida (Elliot, 2014), L’ accusata (Keller, 2016)

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