Recensione: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks

Titolo: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (The Man Who Mistook His Wife for a Hat and Other Clinical Tales) | Autore: Oliver Sacks | Casa Editrice: Adelphi | Data pubblicazione: 1985 | Prima edizione italiana: 1986 | Pagine: 301

“Sono un appassionato lettore di storie cliniche… ma non ho mai letto dei racconti psicologici così intensi come quelli narrati da Oliver Sacks nell’Uomo che scambiò sua moglie per un cappello… È un libro che vorrei consigliare a tutti: medici e malati, lettori di romanzi e di poesia, cultori di psicologia e di metafisica, vagabondi e sedentari, realisti e fantastici. La prima musa di Sacks è la meraviglia per la molteplicità dell’universo.” (Pietro Citati)


Non ricordo neanche più da quanto tempo volessi leggere questo libro, ma credo almeno da cinque anni. Ne ho sentito parlare ovunque e da chiunque e (forse caso unico) sempre sempre bene.
Ho trovato l’occasione giusta per leggerlo in questo anno di lezioni a distanza, in cui sto seguendo il corso di neurologia e credo che sia stata una buona scelta.
L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è una raccolta di casi clinici neurologici che Sacks tratta nel corso della sua carriera. Sono organizzati in quattro sezioni: perdite (quei deficit di cui alla neurologia piace tanto parlare), eccessi, trasporti e il mondo dei semplici, popolate da storie che sono storie a tutti gli effetti. L’approccio scientifico rappresenta infatti solo una minima parte di ciò che Sacks scrive: ogni pagina è permeata innanzitutto da uno sguardo estremamente umano, da filosofia, religione, arte e soprattutto passione.
Partiamo con le prime due cose belle di questo libro: il titolo e la copertina. Ho sempre trovato affascinante la formula L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, che tra l’altro è il titolo del primo capitolo del libro, quello sul dottor P.: mi faceva assaporare la bizzarria delle storie narrate. Questo è sicuramente vero, ma lo è solo in parte: se da un lato si coglie il lato più anomalo di ogni paziente, dall’altro ognuno viene visto nella sua vita quotidiana, tra i suoi affetti e le sue abitudini che la malattia scombussola o, al contrario, contribuisce a creare (soprattutto nel caso di patologie presenti dalla nascita). Negli ultimi capitoli, quelli del mondo dei semplici, c’è anzi una chiara critica al ridurre la persona al suo solo lato bizzarro. Come nel caso dei gemelli, ospiti di trasmissioni televisive grazie alla loro abilità con le date, ma di cui nessuno aveva colto l’abilità (se si può chiamare così) più profonda. La seconda cosa bella è il dipinto in copertina: si tratta de Lo Zeppelin di Carel Willink (l’ho scoperto poco prima di iniziare a leggere il libro) e per qualche motivo mi piace molto e trovo che sia perfetto su questa copertina.

È questo potere narrativo o simbolico che dà un senso del mondo – una realtà concreta racchiusa nella forma immaginativa del simbolo e della storia – quando il pensiero astratto non può fornire assolutamente nulla. Un bambino capisce la Bibbia assai prima di Euclide.

Ammetto di aver impiegato un bel po’ di tempo a leggere questo libro, ma c’è da dire che ogni capitolo è molto carico: di informazioni, di riflessioni, di collegamenti. Perciò ci ho messo un po’ a prendere il ritmo, ma soprattutto verso la fine sono stata molto più svelta.
Ho imparato molte cose da questo libro, su diverse malattie e sintomi. Ho anche un aneddoto poco divertente a tale proposito: durante il parziale dell’esame di neurologia (che ho sostenuto subito dopo aver finito il libro), il professore mi ha fatto una domanda a cui non sapevo rispondere. Solo dopo che mi ha detto lui la risposta, mi è tornato in mente di averlo letto proprio in uno dei casi del libro. C’è un’attenzione particolare alla descrizione di ogni sintomo, spesso attraverso le parole dello stesso paziente o dei suoi familiari, e ancora di più alla descrizione dello stato d’animo della persona. I sentimenti di angoscia o di smarrimento, quelli di frustrazione o di annientamento…sono vividi e rivelano l’empatia fortissima con cui Sacks ha compiuto il suo lavoro. Si percepisce proprio il suo sguardo sul paziente, la ricerca di una terapia che tenga conto della persona. Come fare per far recuperare al marinaio perduto la sua anima? Come curare Ray, la cui identità si è formata anche grazie alla sua malattia?

È straordinario, ma quella di Christina è la storia di una vittoria e insieme di una sconfitta. La vittoria è che essa riesce ad agire, la sconfitta è che non può essere.

Per quanto riguarda la parte più tecnica, mi aspettavo qualcosa di diverso. Provo a spiegarmi: avendone sentito parlare così bene da praticamente chiunque, pensavo che il tutto fosse spiegato in modo estremamente semplice e accessibile. Invece non è affatto così. Usando come termine di paragone Kandel, che è l’altro autore di saggi neuroscientifici che ho letto, c’è una netta differenza: Kandel fa un evidente sforzo di semplificazione dei concetti, pagine e pagine per fornire qualche elemento base di conoscenza. Sacks non lo fa affatto: usa termini molto precisi, come agnosia o sindrome biparietale, cita neurologi senza dire chi siano e cosa abbiano fatto. Eppure è letto e apprezzato da tutti! Credo che questo, più di ogni altra cosa, faccia capire quanto ci sia ben altro rispetto alla parte puramente tecnica. Non sto dicendo che Sacks non sia bravo a divulgarla, ma credo che si veda molto bene quanto il suo intento sia in realtà un altro. Ci sono molti aspetti della patologia che sono ben spiegati, ma molti particolari sono dati per scontato e forse questa cosa non viene neanche notata dal lettore.
Io ho letto la prima parte del libro quando ancora non avevo iniziato a studiare la materia, poi in corso di lettura, ho acquisito qualche conoscenza grazie all’esame che dovevo preparare. Per me non c’è paragone: la lettura si è fatta via via più interessante, ho colto molte più sfumature e implicazioni di ciò che leggevo. Non per questo però non sono stata in grado di apprezzare la prima metà del libro, anzi.
La mia parte preferita è stata senza ombra di dubbio il mondo dei semplici e i miei casi clinici preferiti sono quello di Rebecca, perché per me l’abilità narrativa della mente ha un fascino speciale, quello del signor Thompson (che si trova però in un’altra sezione), che inventa sè stesso, come un racconto.
Non vedo l’ora di leggere gli altri libri di Sacks (ho già acquistato Emicrania) e quindi se avete qualche consiglio, lo accetto volentieri!
Come concludere… per me queste pagine sono perfette per meravigliarsi, per viaggiare nei meandri della mente umana e anche della sofferenza umana. Per interrogarsi sulla nostra identità e sulla sua origine, sul confine tra salute e malattia. Ma soprattutto per guardarsi intorno con una bella dose di empatia, questa sconosciuta…

Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?”, poiché ciascuno di noi è una biografia, una storia. Ognuno di noi è un racconto peculiare, costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso di noi – attraverso le nostre percezioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni; e, non ultimo, il nostro discorso, i nostri racconti orali. Da un punto di vista biologico, fisiologico, noi non differiamo molto l’uno dall’altro; storicamente come racconti, ognuno di noi è unico.

♥ ♥ ♥ ♥ ½


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Oliver Sacks: (Londra, 9 luglio 1933 – New York, 30 agosto 2015) è stato un medico, chimico, scrittore e accademico britannico. Autore di numerosi saggi (editi in Italia da Adelphi), è stato inoltre a lungo professore di neurolgia allo Albert Einstein College of Medicine e alla Columbia University di New York.

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