Recensione: Una provvisoria diserzione di Chiara Zucchellini

Titolo: Una provvisoria diserzione | Autore: Chiara Zucchellini | Casa Editrice: IoScrittore | Data pubblicazione: 15 Aprile 2019 | Pagine: 300

Robby, Markus e Alle sono cresciuti insieme a Cognento, una piccola frazione alle porte di Modena. Hanno trent’anni e tutta la vita davanti. Eppure qualcosa in loro si è inceppato. Dopo un’adolescenza immersa nella musica, tra concerti e sala prove, i tre amici si trovano ora alla soglia di una nuova fase dell’esistenza e si sentono smarriti, senza futuro. Robby è intrappolata in un lavoro che non ha mai scelto davvero e in una vita affettiva che non riesce a prendere il volo. Markus trascorre sei mesi l’anno a Londra, dove sopravvive facendo la comparsa punk, e gli altri sei mesi a casa dei suoi, a Cognento, dormendo in un vecchio camper sistemato in giardino. Alle invece, con un dottorato in storia lasciato a metà, si è convinto a lavorare nella cartoleria di famiglia, ma dopo la morte accidentale del fratello si è chiuso in casa e quasi non esce più. Come far pace con la fine di un’età e con ciò che la rendeva speciale? Per i tre amici la soluzione viene, inaspettata, dal passato. Per puro caso, Robby ritrova una lettera scritta da un soldato disertore durante la seconda guerra mondiale e da allora nascosta in una bottiglia. Alle, Markus e Robby non ci pensano su troppo e partono con il camper scalcinato alla ricerca di Rosa, la destinataria della lettera ritrovata. Il viaggio verso la Garfagnana, dove secondo le loro congetture dovrebbe ancora vivere Rosa, non è solo un viaggio da un luogo geografico a un altro, ma l’occasione per rimettersi in gioco e cercare di chiudere, finalmente, i conti con il passato, ognuno a modo suo.


Chiara mi ha contattato durante quest’estate per propormi di leggere il suo libro, che mi ha poi mandato a casa con un (fortunato) augurio di buona lettura.
Fortunato perché una bella lettura lo è stata eccome!
Robby si trova ad un punto di svolta della sua vita: quello in cui prende coscienza della trappola di torpore in cui si trova da anni e decide di uscirne. Forse in maniera drastica, ma lei d’altronde è un codice Morse dei sentimenti: bianco o nero. Come se fosse un segno del destino, compare sulla sua strada un messaggio in una bottiglia di vetro, trascinata dal mare tra gli scogli di Livorno: contiene una lettera di un militare italiano in Africa nel 1944. Questo semplice oggetto sarà l’inizio di una ricerca, di una vera e propria missione che sa di rinascite, insieme a Markus e Alle, su un vecchio camper che porta i colori di un tempo in cui tutto era più semplice, ma anche più vero. Ad ogni capitolo nel presente, se ne alterna uno nel passato, come due storie a sé che portano però inevitabilmente nello stesso luogo.
Che anche io sarei salita con entusiasmo su quel camper, forse avrei dovuto capirlo dall’incipit, così bello che avevo già la matita in mano pronta a sottolineare. Quella stessa prima pagina poi, mi ha dato un assaggio dello stile che avrei tanto amato per le successive trecento pagine: la voce narrante, che poi è quella di Robby, ha tanta ironia (seppur delicata) e uno sguardo tagliente sul mondo che la circonda. Dice che sia Markus quello che nota le cose, ma secondo me è lei ad avere una marcia in più.

C’è una sorta di consapevolezza ferma, intrecciata fra le corde del cuore, e porta con sé un filo di dolore maturo, l’idea che deve andare così.

Lo sguardo tagliente a affilato, Robby lo riserva soprattutto a sé stessa e pagina dopo pagina si guarda dentro e indietro, riscoprendo l’origine di ogni sua scelta (troppo spesso sbagliata). Quando è iniziato tutto? Quando ogni cosa ha cominciato inesorabilmente a precipitare? E sopratutto perché?
Ho amato il modo in cui il ritorno fisico al passato, alla ricerca della storia di quel messaggio del 1944, corrisponda ad un viaggio interiore a ritroso, in compagnia di quelle persone che il passato lo hanno popolato. La diserzione di Mino Z. e le rinunce di Robby, Alle e Markus, le loro paure che sono prigioni, che li tengono bloccati in un non tempo senza possibilità e opportunità. Ho amato seguire Robby sui suoi stessi passi e vederla prendere coscienza di tante piccole e grandi cose; questo però non accade alla luce del sole, ma in un angolo buio della sua mente e del suo cuore, che il lettore ha proprio l’impressione di poter abitare e veder illuminato a poco poco.
Ho sentito tutto quello che accadeva nel camper: la tensione, quando presente, era palpabile anche intorno a me; la leggerezza di una serata di risate senza senso mi cullava e la musica di quell’ep mi faceva sentire la nostalgia sulla pelle.
Casa di Markus aveva anche per me il significato di un adolescenza diversa, calma e sicura; il suo abbraccio mi ha fatto sentire l’abbraccio di una persona reale e il suo buon odore si è trasformato nel buon odore che mi piace di più al mondo.

Prima ci hanno fatto credere che eravamo speciali, e invece siamo solo stronzi uguali a tutti gli altri. E abbiamo il destino segnato.

In realtà la nostalgia, il rimpianto e le aspirazioni deluse, sono dei temi ricorrenti nel corso della storia, ma in modo mai pesante (e credo che non sia una cosa scontata). Piuttosto sono il pretesto giusto per riflettere e forse l’espediente per calarsi nei panni di ogni personaggio.
I personaggi poi: belli, non saprei definirli altrimenti, dal primo all’ultimo. Per quanto di secondo piano, ognuno era reale e completo, con i suoi lati lasciati sapientemente in ombra. Un po’ come se io potessi arrivare sin dove si spingeva lo sguardo di Robby. Questo al tempo stesso me li ha fatti conoscere in un modo naturale, come parte integrante della storia e con una curiosità pura.
Se avete voglia di un viaggio, in tutti i sensi in cui questa parola si può declinare, io vi consiglio di salire sul camper. Vi innamorerete di quella scritta rossa un po’ gocciolante, farete il tifo per Robby e per la riuscita del viaggio, canticchierete con lei sullo sfondo di una strada che scorre fuori dal finestrino. Vi verrà voglia di fare, di uscire, di non lasciarvi sfuggire quel treno, ma capirete anche che ci sono treni persi, ci sono cadute e ci sono rinascite, e che una mano amica tesa a rialzarti, è l’inizio e la fine migliore per ogni storia.

A pensarci bene, tutto comincia per un motivo. Una ragione che muove i fili delle nostre azioni, ma ci sguscia fra le mani come un pesce troppo vivo e scivoloso. Oppure un motivo musicale, che striscia sottopelle come un prurito impossibile da grattare: proprio come fa la paura. Tutto comincia per un motivo, e spesso è così stupido da fare male.

♥ ♥ ♥ ♥


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Chiara Zucchellini: è nata a Modena nel 1985, si è laureata in Storia dell’Arte a Pisa e lavora come copywriter. Nel 2011 il suo racconto Il cliente abituale è stato tra i vincitori del concorso 11 Racconti per il Numero Undici, pubblicato nell’omonima raccolta da Edizioni ETS. Per la Fondazione Collegio San Carlo di Modena ha curato la mostra Il Portico del Collegio – Una città in vetrina (2014). Nel 2018 ha vinto il primo premio del concorso artistico-letterario Riflesso, promosso da MdS Editore, con il racconto Il mio gemello è più giovane di me. Con MdS sta lavorando attualmente a una pubblicazione per ragazzi.

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