Recensione: Acqua di sole di Bianca Rita Cataldi

Titolo: Acqua di sole | Autore: Bianca Rita Cataldi | Casa Editrice: HarperCollins | Data pubblicazione: 18 Giugno 2020 | Pagine: 384

Bari, anni Cinquanta. Le vite di una famiglia contadina di fiorai e di una ricca famiglia di profumieri sono destinate a incontrarsi in modo inatteso e irreversibile. Natale 1955, Bari e la Puglia sono coperte da una neve ghiacciata. A casa Gentile c’è subbuglio: sta per nascere una bambina. Sembra che qualcosa vada storto, ma il Signore fa la grazia e si può festeggiare. Anche perché lavorare è impossibile, a causa della neve non si può andare nei campi a curare i fiori che da generazioni danno da vivere ai Gentile. Così come danno da vivere ai Fiorenza, la più importante famiglia di profumieri di Bari. Ogni mese dalla città parte Adriano, primogenito di Claudio, il grande profumiere, e va dai Gentile per comprare i fiori da cui saranno tratte le essenze. Non è questo l’unico motivo, vuole vedere anche Margherita, suo amore segreto, moglie di Giulio Gentile, madre di Michele, un bambino di sette anni molto intelligente. Durante uno di questi viaggi Adriano porta sua figlia Teresa, che diventa subito amica di Michele. Il legame con Teresa e la precoce intelligenza di Michele faranno sì che la famiglia decida di mandarlo a studiare a Bari. Lì, oltre all’amica Margherita, Michele potrà conoscere Vittoria, ragazza dal carattere fiero e intraprendente…


Ho iniziato questo libro con l’entusiasmo di gettarmi in una nuova saga familiare: avevo da poco terminato la lettura di Storia di Stella Fortuna di Juliet Grames (di cui vi ho poi parlato qui) e questo mi aveva fatto riassaporare la bellezza di incontrare una miriade di personaggi e una costellazione di storie che si intrecciano tra loro. L’idea di un viaggio simile, quindi, mi affascinava e non poco.
Acqua di sole è la storia di due famiglie nella Puglia degli anni ’50: da un lato i Gentile e la loro umile vita in campagna, tra campi di fiori, feste in famiglia e nevicate storiche; dall’altro i Fiorenza, i loro profumi, storie racchiuse in boccette, ma che non sanno uscire e fuori lasciano spesso solo silenzi.

Mica è scontato, che vieni al mondo e hai una famiglia. A volte vieni al mondo e tutto ciò che hai sei tu.

All’inizio il libro sembrava piacermi: lo stile piacevole dell’autrice mi ha condotto nella casa grande dei Gentile e lì nell’ultimo giorno dell’anno, in un via vai di gente che saliva e scendeva, ho intravisto dei volti amici e ho desiderato conoscerli meglio, guardare nelle loro vite e seguirli nei loro passi. Piano piano ho avuto modo di farlo, per lo più con lo sguardo di Michele, ho conosciuto molte delle loro storie e della loro quotidianità.
Il modo in cui questo è avvenuto però, mi ha stancato rapidamente: ho creduto a lungo, durante la lettura, che questo fosse il primo libro dell’autrice. In realtà ho poi scoperto che non è così, ma l’impressione è proprio quella: una penna inesperta spesso non riesce a riprodurre la naturalezza e la spontaneità dei dialoghi, oppure non è in grado di far emergere l’anima di un personaggio dalle sue azioni e dal suo semplice essere lì. Lo dico soprattutto perché quando provo a scrivere un racconto mi rendo conto in me stessa di queste mancanze e nella lettura la sensazione è stata precisamente la stessa.
L’autrice calca la mano più e più volte sugli stessi dettagli, fino a banalizzarli: il lettore dovrebbe essere in grado di intuire dal corso della storia che Andrea nutre degli strani sentimenti nei confronti di sua cognata Elisa, senza che sia necessario in ogni capitolo descrivere lo sguardo che lui rivolge a lei, o le parole sgarbate che le riserva, per poi dirlo esplicitamente verso la fine del libro, usando ancora gli stessi esempi. E così anche per il rapporto di contrasto tra Vittoria e suo padre, o per il sentimento tra Adriano e Margherita: quando ogni cosa è esplicitata e ripetuta più e più volte, il lettore perde la curiosità e la voglia di conoscere.

“Hai un animo sensibile, sai…” gli sussurrò lei all’orecchio, come fosse un segreto.

Lo stesso vale per le caratteristiche di ognuno, come la risata di nonna Ninetta o le gambe sottili di Vittoria. Io sono la prima ad adorare quando ogni personaggio ha le sue caratteristiche distintive, quando è riconoscibile e familiare. Ma in questo modo ogni volto viene appiattito e ridotto a quel particolare trito e ritrito.
I dialoghi sono innaturali e macchinosi, complice il fatto che dare voce a un bambino è mille volte più difficile che ad un adulto. Le sue frasi possono facilmente sembrare fuori luogo, così come il suo modo di esprimersi o le osservazioni che è/non è in grado di fare.
Per tutti questi motivi il mio entusiasmo si è smorzato lentamente, fino a scomparire e far posto a un bel po’ di noia, tanto più per il fatto che anche a livello di trama non succeda poi molto.
Purtroppo non consiglierei questa lettura, ma quantomeno mi ha fatto riflettere sulla naturalezza con cui ci si può immergere in una storia, se ben guidati.

Ma forse non sono solo i morti a farsi invisibili e a restare con noi anche quando vanno via. Forse resta anche chi parte per non morire. Perché non si muore solo quando si muore. Si muore anche tra le mura di una casa con un giardino intorno. E chi si è amato, chi ancora si ama, resta in quell’amore, non va via neppure andandosene.

♥ ♥


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Bianca Rita Cataldi: è nata nel 1992 a Bari, dove si è laureata in Filologia moderna. Lavora come editore, ghostwriter e traduttrice. Finalista al Premio Campiello Giovani 2009, nel 2018 ha pubblicato il romanzo I fiori non hanno paura del temporale (HarperCollins), insignito del Premio alla giovane promessa del panorama letterario nazionale. Attualmente vive a Dublino, dove sta conseguendo un dottorato di ricerca ed è tutor di lingua italiana presso lo University College Dublin.

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