Interviste #1 – Filippo Venturi

Oggi comincia un nuovo progetto, una nuova idea prende vita.
Quanti modi ci sono di vivere con e per i libri?
Con i libri in paradiso proverà a raccontarvelo con una serie di interviste a scrittori, librai, editori e mille figure di questo universo.
Sulla pagina instagram potete trovare sempre tutti gli aggiornamenti.


Filippo Venturi

OLYMPUS DIGITAL CAMERAFilippo Venturi nasce a Bologna, città in cui vive da sempre. Laureato in Giurisprudenza, è oste e scrittore ed esordisce nella narrativa nel 2010 con Intanto Dustin Hoffman non fa più un film (Pendragon). Nel 2012 scrive il suo primo romanzo, Forse in Paradiso incontro John Belushi, la cui copertina è disegnata da Luca Carboni. Nel 2013 partecipa alla stesura di Un saluto ai ragazzi, raccolta di racconti sulla squadra di pallacanestro della Fortitudo Bologna scritti a sei mani con i giornalisti Emilio Marrese e Cristiano Governa. Nel 2015 è uscito Un giorno come un altro, il suo secondo romanzo e dal 2016 per La Repubblica tiene la rubrica Dietro al banco, attraverso la quale, in una sorta di Tripadvisor al contrario, recensisce i suoi clienti. Sempre nel 2016 ha condotto una trasmissione radiofonica su Radio Bologna Uno dal titolo “Intanto Dustin Hoffman se ne va in radio.
Nel luglio del 2018, per Mondadori, è uscito il romanzo Il tortellino muore nel brodo che sarà seguito il 1 Giugno 2020 da Gli spaghetti alla bolognese non esistono.

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Ho conosciuto Filippo qualche anno fa, quando mi spedì una copia con dedica del suo libro Un giorno come un altro che io lessi e recensii qui. Poi ci siamo risentiti di nuovo tre anni dopo, quando nel 2018 è uscito il suo primo libro per Mondadori, Il tortellino muore nel brodo, che ho recensito qui.
Quando abbiamo iniziato a pensare a questa iniziativa (io con l’aiuto di una persona speciale che ringrazio tanto), mi è subito tornato in mente Filippo Venturi, che mi ha conquistato due volte con le sue storie, la sua ironia e i personaggi divertenti e autentici che riesce a creare. Così ho deciso di porre a lui per primo delle domande per raccontare il suo rapporto con la scrittura, con i libri.
Lui è stato tanto gentile e disponibile, mi ha dato delle risposte a dir poco bellissime: le ho rilette più volte e apprezzate parola per parola. Lo ringrazio davvero di cuore. Spero che sia per voi l’occasione di conoscere un talentuoso scrittore e l’inizio di un percorso da fare insieme.
Tra l’altro il 1 Giugno esce, sempre per Mondadori, Gli spaghetti alla bolognese non esistono il secondo libro che ha per protagonista Emilio Zucchini. Avete giusto il tempo di recuperare il libro precedente e di conoscere Emilio in questa intervista!
Buona lettura!


Sta per uscire il secondo libro che ha per protagonista Emilio Zucchini. Raccontaci di più di questo personaggio (che mi ha fatta divertire e affezionare così tanto). Come lo hai ideato, quanto c’è di te e qual è il segreto di un personaggio così reale?

Il tortellino muore nel brodoEmilio Zucchini è il ristoratore/detective che ho creato nel 2018 per la casa editrice Mondadori. È il protagonista del romanzo Il tortellino muore nel brodo, che sarà dal 1 giugno nuovamente in libreria con il suo secondo caso, Gli spaghetti alla bolognese non esistono. Con Emilio sono entrato in confidenza da subito. Lo sento dentro di me. Siamo entrambi ristoratori, totalmente devoti alla tradizione della cucina bolognese, legati alla nostra città, Bologna. Ti dirò: inizialmente non volevo mischiare le mie due grandi passioni, scrittura e ristorazione. Non volevo diventare ricattabile. Evitare che qualcuno pensasse che l’obiettivo fosse dare visibilità alla mia attività di ristoratore. Poi però (e forse era inevitabile) le due strade si sono incrociate. Oggi sono unite indissolubilmente. E così, quando ho pensato al personaggio di Zucchini, quando mi è capitata tra le mani questa grande occasione, volevo andare a colpo sicuro. Non potevo sbagliare. Dovevo scrivere di cose che conoscevo bene. Questa è la prima ragione per cui Zucchini è così simile a me. Ma il punto è proprio questo. Si è creata una simbiosi così forte tra me e lui, che oggi non so più se è lui che si ispira a me o viceversa. Perché Zucca ha una caratteristica particolare, che io gli invidio tantissimo: lui sa ascoltare la gente. Una dote assai in disuso.

Che ruolo ha la musica nel tuo processo creativo? Nel tuo romanzo Un giorno come un altro avevo apprezzato tanto la playlist capitolo per capitolo, come l’hai scelta? E potresti farne una per ogni tuo libro?

Fu una cosa divertente. Stavo scrivendo il primo capitolo del libro e mi ritrovai a Un giorno come un altrodescrivere il “profumo di Bologna di sera, le sere di maggio”. Il collegamento con Silvia lo sai di Luca carboni venne automatico. Da lì partì questa sorta di “gioco”: inserire all’interno di ognuno dei capitoli una frase – più o meno nascosta – di una canzone per me significativa. La musica è stata sempre importante per me, per la mia formazione. Sono nato negli anni ’70, cresciuto negli ’80, in un’epoca in cui, soprattutto nella mia città, c’erano i grandi cantautori. La musica di Lucio Dalla fa parte di me. Ma non solo lui. Guccini, Vasco, lo stesso Carboni, che è un punto di riferimento per me, oltre a essere un amico. Prima di “diventare scrittore” facevo il deejay. Poi ho smesso, perché tutto nella vita ha un inizio e una fine. Ho fatto come i calciatori, quando a fine carriera diventano allenatori: sono passato da vecchio deejay a giovane scrittore in un baleno. Scherzi a parte. Sono molto legato all’oggetto nella sua materialità, inteso proprio come feticcio. Finché c’erano i supporti musicali, vinili e cd, o addirittura le indimenticabili cassette, la musica aveva un fascino diverso per me. Amavo gli LP per come erano stati concepiti dall’autore: una sorta di racconto composto di canzoni, che erano state pensate e di conseguenza ordinate cronologicamente nel disco per avere un senso, un filo logico. Ora, con gli algoritmi, le playlist casuali, gli ascolti random, io mi perdo. I libri li leggo solo su carta.

Nella vita sei un oste, lavoro che ti ha portato alla rubrica “Dietro al banco” (una sorta di Tripadvisor al contrario). Quanto ti ha aiutato questo lavoro nello sviluppo della tua voce di narratore?

Tantissimo. La sala della trattoria è la mia palestra per la scrittura, una vera scuola di vita. Lì dentro c’è la gente, con i suoi vizi e le virtù. Dietro al banco è appeso lo specchio della vita. Osservando la gente traggo ispirazione. Ascolto storie e le rielaboro. Faccio viaggiare la fantasia. Vedo entrare qualcuno e cerco di creare la storia. Chi è, da dove viene, perché è lì, con chi è e perché. A volte ci azzecco pure, ma è marginale: la fantasia è già partita, quello è l’importante. In questo periodo storico surreale che stiamo vivendo, quello che mi manca di più è proprio il contatto con la gente. Se la mia professione dovesse mai diventare quello che è oggi, cioè mettere delle tagliatelle dentro una vaschetta di alluminio per consegnarle a un rider, cambierò mestiere, anche se la cosa diventasse per caso redditizia, questo è sicuro. Io voglio stare in mezzo alle persone, sentirne il contatto, fisico e morale. 

Hai condotto una trasmissione in radio e realizzato una rubrica di aneddoti, hai mai pensato alla realizzazione di un Podcast?

Sono poco tecnologico. Ma poco davvero. Non saprei da che parte iniziare. Mi stanca stare dietro a tutte queste cose. Forse sono solo troppo impegnato. Mi piacerebbe continuare a raccontare storie. La trasmissione in radio (Intanto Dustin Hoffman se ne va in radio) mi ha permesso di raccontare storie sugli anni Ottanta, un periodo che conosco bene. Mi piacerebbe dargli una versione televisiva, in stile storyteller oggi molto attuale. Ma chissà. Vedremo. Tante se ne pensano, poche se ne fanno.

Non posso non chiederti di parlare dell’eterno personaggio dei tuoi libri: Bologna. Che ruolo gioca nella stesura della storia e quali sono gli aspetti che più ti piace raccontare?

Hai detto la parola giusta: personaggio. Bologna è sempre protagonista delle mie storie e dei miei racconti. Non è un luogo, un’ambientazione. È un personaggio che si muove insieme agli altri, che recita una parte principale. Mi piace raccontare Bologna, descriverla. Ci vivo da sempre e sempre ci vivrò. A Bologna devo tutto. E probabilmente le due passioni che fanno parte della mia vita non sono casuali. Bologna è la Grassa e la Dotta e il fatto di cimentarmi nelle due discipline in cui da sempre lei eccelle è forse un modo per provare a renderle qualcosa. 

Bologna

Il tuo percorso di scrittore ti ha visto attraversare varie tappe: da casa editrice più piccola, a vari giornali, fino ad una casa editrice come Mondadori. Che consiglio daresti ad un autore emergente che ha ancora tutta la strada davanti a sé?

Scrivere. Scrivere e basta. Quando mi chiamano nelle scuole per parlare ai ragazzi, provo a far capire loro questo. Scrivete, se avete la passione. Fregatevene del resto. Scrivete senza timore, anche con incoscienza, quella sana che ti permette di non aver paura di niente. Tirate fuori le emozioni. Condividete le vostre storie, le vostre idee, senza imbarazzo. Per cercare di farlo al meglio c’è solo una strada, assolutamente primaria rispetto a tutte le altre, anche al talento: leggere. Si impara a scrivere solo leggendo. Poi sì, per arrivare alla grande casa editrice ci vuole di sicuro anche quello: il talento. Ci vogliono storie da raccontare. È questo che contraddistingue uno scrittore. Poi ci vuole fortuna, ostinazione, grinta. Sacrifici, sì, anche quelli, come in tutto. E il destino, sempre lui. Ma le pubblicazioni sono secondarie. Ci sono tanti modi oggi per condividere i propri pensieri: i social, per esempio, che se usati nella maniera corretta sono uno strumento di comunicazione potentissimo. La cosa riguarda anche me, che ho avuto la fortuna di scrivere per la casa editrice più importante d’Italia, all’interno della quale ho conosciuto persone speciali: disponibili, professionali, dall’entusiasmo contagioso. Io mi dicevo: “Arrivo in una casa editrice del genere, da ultima ruota del carro, quello di dietro però, nessuno mi considererà.” E invece… Oggi con alcuni di loro ho addirittura un rapporto di amicizia. Ma al di là di questo, io scriverò sempre, perlomeno finché avrò qualcosa da raccontare. Perché scrivere mi fa stare bene, mi fa stare meglio. Un quadernino sul mio comodino ci sarà sempre, a prescindere dalle pubblicazioni.  

C’è un’idea, un’aspettativa che ti guida nella scrittura? Magari un intento comunicativo o un’emozione da suscitare. E poi, soprattutto, nei libri che hai scritto finora, com’è stato realizzare che il tuo messaggio venisse colto (o che non venisse colto)?

L’emozione da suscitare è già tutto quello che hai detto: è l’idea, l’aspettativa, la guida, l’intento comunicativo, anche personale. Scrivere deve emozionare prima di tutto te stesso. Deve farti ridere e piangere, deve farti pensare, deve svuotarti, anche in un processo creativo di non breve durata, con un umore altalenante che ti può anche fare stare male, che ti isola dal contesto, perché tu in quel momento sei solo, nella tua storia, nella tua emozione, e gli altri intorno a te è come se non esistessero. Quando senti una cosa dentro, proprio a livello dello stomaco, e poco dopo la vedi lì, davanti a te, nero su bianco: ecco quello è il momento. Mettere in prosa un’emozione è qualcosa che ha poco di eguagliabile al mondo.  

Bologna2

Quasi sicuramente questa pandemia che stiamo attraversando cambierà tutto. Quale pensi che sarà l’impatto sul mondo dell’editoria e della scrittura? Credi che esista ancora un ruolo sociale che un autore è chiamato a svolgere?

Io non so se cambierà tutto. Spero di no. Sta cambiando l’oggi, è il presente che è stato travolto. Io a questa cosa che dobbiamo cambiare per forza perché la vita di prima non andava bene, non ci credo. A me la vita di prima piaceva tantissimo e non vedo l’ora che torni. È questa che mi fa schifo. Spero di tornare al più presto al mio ruolo sociale di autore e ristoratore: incontrare la gente, in trattoria come alle presentazioni, abbracciarla, scambiarci chiacchiere, rigorosamente senza mascherina. Prima o poi ci riusciremo, inizialmente convivendo con il virus, poi, alla grande, dopo la sua sconfitta. Ma non vedo un solo motivo per cui non dovremmo tornare a essere quelli di prima. Magari meno impauriti, meno frenetici, di nuovo gli eterni sognatori che eravamo una volta. All’editoria auguro tutto il meglio possibile, perché se lo merita. Ma non chiedermi cosa debba succedere per fare tornare la gente a leggere. Perché credo sia questo il punto, no? Io non lo so. A parte dare bastonate sui cellulari o gettare dalla finestra i decoder. Quello di certo aiuterebbe… 

Il sale della terra

Come libro consiglio: Il sale della terra, di Jeanine Cummins, libro che ho letto in quarantena. Commovente, duro, struggente. La penna di Don Winslow in mano a una donna: il risultato è un libro bellissimo. Una storia sui cartelli messicani, vissuta dalla parte dei migranti. “Anche da questa parte esistono i sogni”

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