Recensione: L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio

L'Arminuta

  • Titolo: L’Arminuta
  • Autore: Donatella Di Pietrantonio
  • Casa Editrice: Einaudi
  • Data pubblicazione: 14 Febbraio 2017
  • Pagine: 163
  • Trama: Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche più care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.

Abruzzo2.jpgL’arminuta è stato un regalo inaspettato eppure desiderato. Volevo leggerlo da un po’, incuriosita dall’ambientazione e dal titolo abruzzese, come la provenienza mia e dell’autrice. Ho poi scoperto che l’Abruzzo è una costante anche degli altri romanzi di Donatella Di Pietrantonio (uno dei motivi per cui li leggerò).
L’arminuta si chiama semplicemente così, la ritornata, (non saprei scrivere il modo in cui si dice in realtà) e mai viene citato il suo vero nome. A tredici anni viene costretta a tornare dalla sua vera famiglia, della quale ignorava totalmente l’esistenza, e a lasciare i genitori del mare, quelli che l’hanno cresciuta. La sua famiglia del paese conta tanti fratelli, pochi soldi e poco cibo. Non c’è spazio neanche per dormire e la pianta del piede di sua sorella Adriana diventa il suo cuscino. C’è lo spazio per interrogarsi, navigare tra i sensi di colpa e il dolore dell’abbandono e lo spazio per cambiare prospettiva, non necessariamente in meglio. 

“Se ci fa bisogno tiraglielo uno schiaffo, fai conto che è la figlia tua”, raccomandava alla signora, avviandosi alla porta. Non sapeva darle del lei. Nel suo modo rozzo le chiedeva di volermi bene come una madre, oggi posso credere così

La prima cosa che mi viene da dire è sulla stranezza dello stile. L’impatto iniziale è statoAbruzzo brusco, ho riletto il primo breve capitolo più e più volte, abituandomi allo stacco secco delle frasi e al ritrovarmi catapultata in una scena della storia. Poi ho smesso di farci caso e la lettura è stata veloce, una pagina dopo l’altra: letto in meno di due giorni senza neanche rendermene conto. A questo ritmo secco si affianca un modo minuzioso di descrivere ogni scena, quasi cinematografico: potevo vedere le persone davanti a me muovere un braccio in una ben precisa direzione, come dicevano le pagine. Gesti insignificanti che rendono tutto vivido, quasi da poterlo toccare. A volte ci sono solo i dettagli e non le cose più grandi, ma credo sia questo a fare la differenza nell’evocazione. In alcuni punti lo stile si fa ricercato, si sente una forzatura che stona, nonostante ne vengano fuori sempre delle belle righe.
L’Abruzzo che tanto aspettavo di leggere non mi ha delusa: il mare non fa parte della mia quotidianità, ma quei dialoghi e toni, quel ritmo di vita mi ha abbracciata si dalla prima battuta. Ho riconosciuto persino le persone, forse forzando un po’ troppo la fantasia e la sensazione di casa, ma non so se quella dura bontà si trovi proprio dappertutto: forti e gentili, come la loro terra vista da Primo Levi. Mi ha fatta sorridere leggere la versione scritta dei suoni tanto familiari per me, quel modo di portare al mondo una bellezza che conosco bene. Nella testa avevo una voce che riproduceva i dialoghi, si soffermava sulle parole, ci giocava e le ripeteva ancora. E mi chiedevo, chissà com’è tutto questo visto da fuori: la uazza, gli arrosticini, i verbi tutti troncati, e quei personaggi…

Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. 

Abruzzo3Adriana è la mia preferita, ma credo fosse proprio quello l’intento. Ho avuto la tentazione e il desiderio di abbracciarla per tutto il tempo, dirle che poteva essere ancora un po’ bambina. Per gli altri a volte ho avuto la sensazione che fossero un po’ delle caricature: dei tratti così vividi e altri molto trascurati, fino ad impedire loro di prendere vita, di essere reali come tutto ciò che li circonda. Anche l’arminuta non è abbastanza, non la conosco, non so dirvi di più di lei, ma avrei voluto.
La mamma del paese e quella del mare mi stanno ancora frullando nella testa. Ho finito di leggere il libro poche ore fa e mi sono subito messa a scrivere questa recensione per non far sfuggire nulla e per rimettere in ordine le idee. Queste due mamme sono un po’ strane, perché il loro senso di maternità è difficile da concepire, se lo si riesce a trovare. Eppure non sono inverosimili, diverse forse, sbagliate, ma reali, come reale può essere un abbandono o anche due. E come reali possono essere gli errori e i sentimenti controversi che ci legano alle persone.
Forse non sarà un capolavoro, o almeno non è il genere di libri che mi scalda il cuore. Ma mi è piaciuto, mi ha trascinata tra le pagine, mi ha fatta sentire a casa. Mi ha fatta riflettere e mi ha spinta a interrogarmi, a dispetto di un finale che mi aspettavo diverso, e invece mi ha lasciata lì, un po’ confusa ma forse ha assolto al suo compito.

Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. E’ un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto e’ quella delle mie paure.

♥ ♥ ♥ 


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Donatella Di Pietrantonio: vive a Penne, in Abruzzo, dove esercita la professione di dentista pediatrico. Ha esordito con il romanzo Mia madre è un fiume (Elliot 2011, Premio Tropea). Per Einaudi ha pubblicato L’Arminuta (2017 e 2019), vincitore del Premio Campiello 2017 e Bella mia, con cui ha partecipato al Premio Strega 2014 e ha vinto il Premio Brancati e il Premio Vittoriano Esposito Città di Celano.

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