Bookcity Milano #1: The friendship tour

Dal 15 al 17 novembre sono stata a Milano in occasione del festival Bookcity Milano: migliaia di eventi (gratuiti) sparsi per l’intera città di Milano ad ogni ora del giorno, fino a tarda serata. Presentazioni di libri, conferenze, tavole rotonde, laboratori…
Purtroppo per motivi di tempo (soprattutto quello necessario per gli spostamenti), la scelta è stata molto limitata, ma indubbiamente è stata un’esperienza bellissima! Abbiamo partecipato a due visite guidate e a vari incontri, alcuni un po’ deludenti, altri bellissimi ed emozionanti. Sarebbe impossibile parlarvi di tutto, ma ci sono alcuni momenti che volevo assolutamente raccontare e condividere.
In questo periodo molto molto pieno, ho lasciato indietro tante recensioni e articoli vari, compreso il resoconto del Pisa Book Festival (che c’è stato addirittura dal 7 al 10 novembre), ma spero pian piano di recuperare tutto.
Buona lettura!


The friendship tour

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La domenica mattina siamo stati al Teatro Carcano ad assistere ad uno spettacolo un po’ insolito: un tour di quattro autori britannici tra le principali città europee a parlare di amicizia, in una veste ancora più insolita. I quattro autori in questione sono Ken Follett, Jojo Moyes, Lee Child e Kate Mosse: io ero elettrizzata all’idea di vedere e sentire Jojo Moyes in particolar modo, ma alla fine sono rimasta conquistata da tutti.
L’idea del tour, di cui Milano era la prima tappa, nasce da Ken Follett: contatta i suoi colleghi e amici e propone loro di andare in giro per l’Europa a raccontare (come fanno nel loro mestiere) una storia e una cultura comune, un rapporto tra scrittore e lettori europei che non rispecchia affatto i principi della Brexit.
Hanno iniziato con un giro di interventi introduttivi sul loro intento, sulla voglia di creare un ponte e di farsi veicolo di un messaggio importante, che nessun media può farci arrivare. Mi è piaciuto soprattutto l’intervento di Kate Mosse (che per altro ho trovato sempre interessante durante tutto l’evento): ha sottolineato l’importanza del ruolo sociale dello scrittore, un ruolo che ha rivestito per secoli, di denuncia e verità, ma fondato sulla fiducia reciproca con i lettori. E l’importanza e il potere delle parole, come veicolo di qualunque messaggio e come unica arma in nostro possesso.
Non c’è stata mai neanche l’ombra di una polemica nei loro interventi, eppure allo stesso tempo sono riusciti a far emergere un forte dissenso e una posizione ben precisa, semplicemente attraverso una serie di aneddoti e riflessioni che raccontavano una storia.

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Personaggi e ricordi

La prima domanda dell’intervista è stata posta da Ken Follett, a se stesso e agli altri e riguardava il loro personaggio preferito da bambini. Per lui si trattava di Noddy, un personaggio, credo uno gnomo, con una campanella sul cappello, che suonava tutte le volte che lui annuiva (nod è proprio il cenno di assenso). Lee Child ha ricordato The famous five, una serie di libri con protagonisti cinque amici, scritti da Enid Blyton, una prolifica scrittrice inglese del novecento. Oltre ad aver scritto decine e decine di libri firmati da lei e tradotti in novanta lingue, ha inventato moltissimi altri personaggi celebri tra i bambini inglesi, tra cui anche lo stesso Noddy. Con un po’ di ironia Lee Child ha detto che magari ciò che gli piaceva di questi libri, era che andassero a soddisfare un suo desiderio ignoto anche a lui: quello di vivere senza genitori. Però forse è proprio questa la grandezza di uno scrittore: saper soddisfare i desideri che neanche il lettore sa di avere.
Jojo Moyes all’inizio non riusciva a pensare ad un personaggio che l’avesse conquistata particolarmente da bambina: lesse però praticamente tutta la libreria dei suoi genitori (tra cui anche la Bibbia). Poi però si è soffermata a parlare di National Velvet (1935), un libro di Enid Bagnold, da cui è stato tratto un film omonimo con Elizabeth Taylor (Gran Premio, 1944). In questo libro si racconta un rapporto madre-figlia di alleanza e sostegno, cosa difficile da trovare nella narrativa di oggi. E questi due personaggi femminili così forti che supportano l’una i sogni dell’altra, conquistarono la Moyes, che ancora oggi va di tanto in tanto a rileggere il libro.
Il primo personaggio preferito di Kate Mosse è stata invece la celebre Miss Maple, conosciuta dalle pagine di C’è un cadavere in biblioteca del 1942 di Agatha Christie, durante una piovosa e tipica estate inglese.

Letteratura inglese

Le domande a seguire erano invece organizzate in un modo molto intelligente: a porle erano degli scrittori italiani (credo emergenti) seduti tra il pubblico. In questo modo, le domande erano pensate, interessanti e a tema, ma le risposte erano improvvisate e spontanee. Hanno comunque lasciato spazio anche al pubblico per fare qualche domanda alla fine.
Il filo conduttore è stato quello dell’identità inglese ed europea, del rapporto tra culture diverse e uguali. Quando è stato chiesto loro di pensare a qualcosa che identificasse una scrittura, una letteratura britannica, rispetto alle altre, loro hanno citato principalmente il concetto di una società divisa in classi. Tale visione sociale è estremamente radicata in loro ed emerge in maniera evidente nella narrativa, eppure se ne rendono conto solo al momento del confronto con lettori di altri paesi.
Anche in questo caso la riflessione di Kate Mosse è stata particolarmente interessante: ha affermato che non c’è più una forte identità di letteratura nazionale e questo è un bene. Vuol dire che la narrativa e la letteratura sono diventate inclusive, contano oggi anche voci che prima non c’erano, quella delle donne, quella di determinati gruppi sociali o etnici. In passato si poteva identificare un carattere di letteratura nazionale perché a scrivere erano solo uomini, con una stessa istruzione, di una stessa classe sociale, spesso provenienti dalle stesse grandi città.

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Influenze europee

Jojo Moyes ha raccontato di quanto per lei sia impossibile non farsi influenzare. Ogni cosa che vede o che legge le lascia qualcosa, le offre un altro punto di vista, la spinge a riflettere su cose che prima non aveva mai considerato. Ha portato come esempio quello di Elena Ferrante: leggendola si è resa conto delle mille sfaccettature che un’amicizia tra donne può assumere, di quanto nei libri dell’autrice italiana, questa relazione tra donne è potente, complessa e bellissima. Sicuramente ha cercato di portare questa riflessione anche nei suoi stessi romanzi.
Allo stesso tempo, anche l’ispirazione è soggettiva e Ken Follett ha risposto di non aver colto tutte queste cose nella lettura di Elena Ferrante, ma piuttosto di aver apprezzato quella suspance e pericolo continuo che si percepisce nei romanzi.
Per Kate Mosse, la letteratura europea è parte delle fondamenta della sua scrittura: i suoi romanzi hanno uno sfondo storico e un’ambientazione tale da averle reso indispensabile la lettura e il documentarsi, a partire da scrittori italiani come Umberto Eco.

Traduzione

Questa domanda è stata posta invece da una signora del pubblico, che ha chiesto precisamente come, da scrittori, ci si possa fidare ciecamente di una traduzione in una lingua che non si conosce. Come si può essere certi che passi il senso generale, anche attraverso le barriere culturali.
Ecco, questo è stato un momento molto divertente: Kate Mosse ha raccontato di un evento di presentazione in Giappone di Labyrinth, il suo libro più celebre. Tutti le facevano domande su questa bellissima storia d’amore che lei però non ha mai scritto, dato anche il finale poco amorevole che la loro storia ha. Così chiese spiegazioni al traduttore, che in tutta tranquillità le spiegò che il suo libro era stato tradotto in Giappone nella versione femminile diventando così una storia d’amore.
Di minore impatto sui suoi intenti narrativi, ma ugualmente divertente, è stato l’aneddoto di Lee Child: uno dei suoi personaggi afferma ad un certo punto “Io odio i tedeschi”, trasformato in “Io adoro i tedeschi” nel libro tradotto i Germania.

Tanti lettori diversi

Un’altra domanda molto interessante è stata quella a proposito della diversa percezione che hanno i lettori a seconda del paese. 
I libri di Lee Child hanno per protagonista Jack Reacher, un investigatore vagabondo e un personaggio a tratti controverso. Tanto controverso che in una recensione lo hanno definito come l’investigatore che compie più crimini di quanti non ne risolva.
Proprio per questi motivi, nei paesi scandinavi non è stato accettato sin da subito, e ci sono voluti anni prima che decidessero di tradurre i suoi libri. 
Lee Child ha anche raccontato che in alcuni paesi i suoi libri vendono molto molto poco rispetto ad altri e crede che questo accada per barriere linguistiche che la traduzione non è riuscita a superare.
Kate Mosse, invece, ha fatto luce su un rapporto un po’ diverso: è probabilmente vero che persone dello stesso paese abbiano una mentalità più simile e una comprensione maggiore, ma allo stesso tempo niente ti plasma come essere un lettore. Esiste una comunità di lettori universale che è più forte della comunità dei singoli paesi, dove le persone sono più simili tra di loro e riescono a capirsi perché sono dei lettori.
Un’altra domanda è stata sulla differenza tra lettrici e lettori: è vero in generale che le donne sono le principali lettrici di romanzi, mentre gli uomini tendono maggiormente a leggere non-fiction. Ma ancor di più è vero per i romanzi di Jojo Moyes che ha raccontato un simpatico aneddoto a proposito, quello di un saldatore che le ha scritto una lettera in cui raccontava di come lui e tutti i suoi colleghi si sono ritrovati a leggere e a piangere per Io prima di te.

Oggetti speciali

Ken Follett ha chiesto ai suoi amici di portare ciascuno un oggetto che fosse rappresentativo del tour e del messaggio che c’è dietro. Ce ne hanno fatti vedere solo due: forse gli altri erano destinati alle successive tappe del tour.
Kate Mosse ha portato una collana con un labirinto come ciondolo: è il titolo del suo libro più famoso ed è il simbolo di una storia europea comune, che affonda le sue radici in un passato lontano.

Ken Follett ha portato una bottiglia di vino e una storia. La storia è quella di un uomo danese, Peter Sisseck, che sognava di comprare un vigneto in Francia. Lì imparò il mestiere di fare il vino, continuò a studiare, e dopo anni, non potendosi permettere un vigneto in Francia, ne comprò uno in Spagna. Nel 1995 imbottigliò la prima bottiglia di Pingus, quello che ad oggi è considerato uno dei vini migliori della Spagna. Ed ecco la bottiglia di vino più europea che ci sia, che tutti e quattro berranno alla fine del tour.

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Note

  1. La risata di Ken Follett è meravigliosa e meravigliosamente contagiosa
  2. Non vedo l’ora di leggere un libro di Kate Mosse, perché mi ha incuriosita moltissimo.
  3. Ho finalmente sperimentato la leggendaria eleganza dell’umorismo british.
  4. Mi sarebbe piaciuto davvero tanto farmi firmare la mia copia di Io prima di te, ma purtroppo non c’è stato un firma-copie. 

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