Recensione: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury

Fahreneit 451

  • Titolo: Fahrenheit 451
  • Autore: Ray Bradbury
  • Casa Editrice: Mondadori
  • Data pubblicazione: 1951
  • Prima edizione italiana: 1966
  • Pagine: 165
  • Trama: Montag fa il pompiere in un mondo dove gli incendi, anziché essere spenti, vengono appiccati. Armati di lunghi lanciafiamme, i militi irrompono nelle case dei sovversivi che conservano libri o altra carta stampata e li bruciano: così vuole la legge. Ma Montag non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi e slogan, con una moglie indifferente e passiva e un lavoro che svolge per pura e semplice routine. Finché un giorno, dall’incontro con una donna sconosciuta, nasce un sentimento impensabile, e per Montag il pompiere inizia la scoperta di un mondo diverso da quello in cui è sempre vissuto, un universo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della società tecnologica imperante.

bradbury.jpgQuesta edizione di Fahrenheit 451 mi piace molto, sia per il formato della copertina che per l’introduzione di Neil Gaiman che ci porta in poche pagine al periodo storico in cui questo libro è stato scritto: quello dei primi anni ’50. La televisione sta conquistando le case delle persone e si fa strada l’idea di una cultura di massa, le donne sono confinate al focolaio domestico e fuori c’è la Guerra Fredda.
In questo contesto Ray Bradbury scrive un romanzo ambientato in un futuro distopico in cui la televisione da piccola e in bianco e nero è diventata enorme, fino a ricoprire le pareti intere delle stanze e ad avvolgere completamente lo spettatore in un universo parallelo e malsano. Guy Montag, il protagonista, è un pompiere: il suo lavoro consiste nel bruciare i libri, oggetti ormai illegali. Svolge il suo lavoro con soddisfazione e senza porsi domande fino a quando una serie di eventi, incontri (prima Faber e poi Clarisse) e pensieri non arrivano a scuoterlo dalle sue certezze. 

Era tutto quello che desiderava, ormai. Un segno che il mondo immenso lo accettasse e gli desse il lungo tempo che serviva a pensare tutte le cose che dovevano essere pensate.

Fahrenheit 451 è senza dubbio una dichiarazione d’amore ai libri, un inno alla lettura ebradbury2 ai suoi particolari vitali (che definizione meravigliosa). Lo è in ogni singola riga, in ogni parola in grado di evocare un senso di smarrimento senza la colonna portante della cultura. È il messaggio forte e chiaro di quanto la conoscenza renda liberi dal controllo e dall’omologazione. Ho trovato impeccabile il modo di descrivere la resa dei personaggi: il loro non porsi domande, ma accettare ogni imposizione come giusta, non avendo i mezzi per comprenderla davvero, per riflettere.
In qualche modo poi è anche profetico: gli schermi giganti che sembrano risucchiarci, alla fine sono arrivati davvero. Colori sgargianti e schermi 3D per costruire un mondo il più reale e irreale possibile al tempo stesso. Ma poi sono arrivati anche schermi piccoli, da portarci dietro, da ascoltare e guardare di continuo (come le radio-conchiglie nel libro) e credo che sia con questi che si palesi maggiormente il potere estraniante e distraente che Ray Bradbury attribuisce alla televisione. Ad oggi forse le cose sono un po’ diverse: anche la televisione ci offre la possibilità di scegliere e non siamo bombardati solo da programmi spazzatura o show vuoti. Per non parlare di internet: è un mondo infinito in cui ogni interesse e ogni conoscenza può essere coltivato. Però è pur vero che alla portata di tutti e sui telefoni della maggior parte delle persone, si trovano i contenuti più sterili, le distrazioni più basse e meschine che ci sottraggono tempo e attenzione.
Questo non vuol dire che non si legge più a causa degli smart-phone o della televisione, ma creano comunque un’alternativa immediata e coinvolgente fino all’inverosimile. Un limbo spazio-temporale in cui restare imprigionati mentre nel mondo succedono cose.
Ho trovato spaventosamente familiare il non parlare di nulla delle persone, distratte da una futilità che sembra tutto ciò che conta, o anche la cecità nei confronti del vuoto che riempie le giornate e la noncuranza verso tutto ciò che succede fuori. Una guerra, persone che muoiono di fame, paesi privati dei propri diritti…tutto sembra così distante ed è così facile dimenticarsene.

Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche.

bradbury3La lungimiranza di alcuni ragionamenti è da brividi: le correlazioni tra l’inefficienza dei governi, i tagli ai programmi scolastici, gli slogan che riempiono le teste (veicolo efficace persino per messaggi politici)… la costruzione di uno show che intrattenga il pubblico, anche quando questo non si svolge in tv ma su un qualsiasi social (o su una spiaggia anche). E così le teste si riempiono di informazioni, dati inutili, danno illusioni di conoscenza: ma nessuno sa collegare, interrogarsi, scavare più a fondo. E poi la ricerca compulsiva di un colpevole, un criminale responsabile della nostra infelicità: in questo caso i libri, pericolosi strumenti di caos e parole infernali che spingono a farsi domande. Nel nostro caso altre esche per l’ira collettiva, qualcuno che, ancora una volta, serva a catturare la nostra attenzione e le nostre menti. Il tutto facendo leva sull’ignoranza.
Una sola cosa mi sarebbe servita per innamorarmi del tutto di questo libro: una migliore caratterizzazione dei personaggi. Certo, l’appiattimento generale è anche funzionale al messaggio che l’autore vuole veicolare, ma magari anche Montag sarebbe potuto essere un eroe diverso. In ogni caso mi ha conquistata ugualmente e sono ancora qui a scrivere ad una velocità impressionante tutto quello che mi passa per la mente (sarà una recensione molto confusionaria). Però ecco, potenzialmente poteva essere ancora meglio.
Io da lettrice ho amato il ruolo dei libri come arma per salvarsi e ovviamente lo condivido appieno. Ma come dice Faber, sono solo una delle cose che può salvarci, uno dei contenitori in cui abbiamo messo tutte le cose che abbiamo paura di dimenticare, come la nostra capacità di pensare, e speriamo di non dimenticarle mai…

Tutti dobbiamo lasciare qualcosa quando moriamo. Lo diceva mio nonno. Un bambino, un libro, un quadro, una casa, un muro appena costruito o un paio di scarpe fatte con le nostre mani. Magari un orto in cui avevamo seminato. Qualcosa che le tue mani avevano toccato in un certo modo, sicché l’anima abbia un posto dove andare quando muori. E se la gente guarderà quell’albero o il fiore che hai piantato, tu sarai là. Non importa quello che fai, diceva il nonno, purché serva a cambiare qualche cosa, a renderla diversa da come era prima che la trasformassi in una cosa che somiglia a te. La differenza tra un uomo che si limita a tagliare l’erba e un vero giardiniere è nel tocco, mi diceva. Il tagliatore d’erba è anonimo, il giardiniere lascia un’impronta che dura tutta la vita.

♥ ♥ ♥ ♥


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Ray Bradbury: (Waukegan, Illinois, 1920 – Los Angeles 2012) Narratore e sceneggiatore cinematografico, ha rinnovato il genere fantascientifico. Fra le sue opere, oltre al celeberrimo Fahrenheit 451 (1953), Addio all’estateL’Albero di HalloweenIl cimitero dei folliConstance contro tuttiCronache marzianeIl popolo dell’autunnoTangerine e Viaggiatore nel tempo.

4 commenti

  1. Bellissima recensione (e per nulla confusionaria) di un bellissimo libro. L’ho letto giusto l’anno scorso e, a parte trama e messaggio, sono stata conquistata dalla scrittura asciutta, che va dritta al punto. L’incipit è uno dei migliori che abbia mai letto. E mi faceva troppo pena la moglie di Montag, perennemente con queste cuffie nelle orecchie che la alienavano dal mondo intorno a lei. Le avrei dato volentieri due sberle per svegliarla 😂

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    • Ti ringrazio! La scrittura è molto particolare, spesso ho dovuto rileggere le frasi, ma riesce ad essere incredibilmente metaforica con poche parole. Per quanto riguarda la moglie di Montag, l’avrei volentieri presa a schiaffi anche io ahaha

      Piace a 1 persona

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