Recensione: …e venne chiamata Due cuori di Marlo Morgan

e venne chiamata due cuori

  • Titolo: …e venne chiamata Due cuori (Mutant Message Down Under)
  • Autore: Marlo Morgan
  • Casa Editrice: Sonzogno
  • Data pubblicazione: 1990
  • Prima edizione italiana: 1994
  • Pagine: 219
  • Trama: 1400 miglia nell’Outback australiano, a piedi nudi, cibandosi di quanto la natura offre, vermi compresi, sotto un sole implacabile. Ma, privata anche del più piccolo agio cui la civiltà ci ha abituati, condividendo la vita quotidiana degli aborigeni, imparando i loro segreti per sopravvivere, Marlo Morgan scopre un altro mondo e un altro modo di essere, in completa armonia con se stessa e con gli altri, e comprende il vero significato della parola esistere.

…e venne chiamata due cuori è stato un regalo da parte di mia madre che lo ha trovato in una bancarella di libri usati. Lei lo aveva letto anni fa, appena uscito (quindi nel ’94) e le era piaciuto molto. L’ho letto con curiosità e sentendomi anche un po’ al sicuro, perché i consigli di mia mamma sono di solito una certezza. [piccola nota: vi lascio una foto del biglietto che ho trovato tra le pagine. Amo i libri usati e trovarci dentro frammenti di vita altrui].
La storia è quella autobiografica di Marlo Morgan che per lavoro si trova a passare un periodo in Australia: durante questo periodo viene contattata da una tribù aborigena e si ritrova così a compiere un viaggio di quattro mesi a piedi lungo l’Outback australiano, il deserto dell’entroterra. Tornata a casa, decide di raccontare la sua storia e quella della Vera Gente con queste pagine che raccontano non solo gli eventi vissuti in quei mesi, ma ancora di più le abitudini e le tradizioni del popolo aborigeno, il loro modo profondamente diverso dal nostro di vivere, di rapportarsi con gli altri e con il pianeta. 

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Avevo letto poche pagine, quando in cerca di un’informazione secondaria sulla professione dell’autrice (non ho ancora capito se sia medico o cosa, ma lavorava nell’ambito sanitario credo), mi sono imbattuta in tutte le controversie che questo ha pubblicato. Ho scoperto che persone molto vicine all’autrice (come il suo datore di lavoro) non hanno mai saputo nulla di questo viaggio di quattro mesi, né è stato possibile accertarlo in altri modi, nonostante nella nota introduttiva l’autrice dichiari che il libro è frutto di un’esperienza vissuta e che viene venduto come romanzo solo per proteggere la tribù da problemi legali. Inoltre nel 1996, quando furono acquistati i diritti per la produzione del film, otto aborigeni anziani si recarono negli Stati Uniti per impedirne la realizzazione poiché si sentivano offesi dal contenuto del libro, ritenuto razzista e denigratorio. Non a caso il libro è stato un best-seller in 17 paesi, ma non in Australia. In questa occasione l’autrice si scusò con gli aborigeni, affermando che il tutto fosse frutto della sua fantasia, ma successivamente dichiarò per esempio di recarsi periodicamente dalla tribù che l’aveva ospitata e continuò a tenere conferenze in tutti gli Stati Uniti.
Esistono anche discrepanze che riguardano i costumi descritti o le usanze non tipiche degli aborigeni. Se siete interessati alla questione vi basterà digitare il nome dell’autrice su google per ottenere moltissime informazioni.
Non è mai stata fatta chiarezza, ma le vicende sembrano suggerire che non si tratti proprio di un saggio (genere per il quale veniva venduto inizialmente), ma tutt’altro. Io avrei voluto non sapere tutte queste cose prima di leggere il libro, perché sicuramente avrei avuto una percezione più veritiera. Invece in questo modo non saprei dire quanto il libro mi sia piaciuto: mi sento sempre trattenuta dall’ipotesi (quasi certa) che sia stato tutto inventato, ma ancora di più che possa essere risultato offensivo per una popolazione discriminata di continuo nel corso della storia. Mi sembra assurdo che ancora qualcuno cerchi di fare business sulle loro spalle e anche sulla loro sfortuna.

Gli appartenenti alla tribù credono che una decisione autonoma sia l’unico modo che un uomo ha di modificare veramente alcuni aspetti di sé, e che tutti possiedano la capacità di modificare a piacimento qualunque aspetto della propria personalità. Non c’è limite a quello che di noi stessi possiamo abbandonare, né a quello che possiamo acquisire.

Posso dire di aver letto il libro volentieri e con curiosità: lo stile è piacevole, mai pesante o lento. Potrei dire di aver imparato tante cose nuove, ma a questo punto non sono più sicura che queste siano vere. Posso però affermare con certezza che il libro porta comunque con sé una mole di messaggi importanti. Primo fra tutti l’assurdità del nostro attaccamento al mondo materiale, alle cose, agli oggetti che ci portiamo dietro come se la nostra vita dipendesse da questi. Sembrerà banale, ma ho finito il libro giorni fa eppure continuo a pensarci: mi guardo intorno e mi accorgo di quante cose stringiamo con avidità, accumuliamo e adoriamo. Poi mi ha trasmesso calma e tranquillità in ogni pagina, mi ha lasciato l’idea di apprezzare ogni attimo, ogni passo, anche ogni errore. E poi il passaggio che più ho amato: la riflessione sui talenti di ognuno. Ogni persona ha un valore, un’abilità rara e insostituibile che deve coltivare per donarla a sé stesso e al mondo. Nessuno è inutile e nessuno deve vivere nella convinzione di esserlo.
Cosa non mi è piaciuto, o meglio cosa penso che non mi sarebbe piaciuto anche se non avessi saputo delle varie controversie. Alcuni particolari a lungo andare diventano assurdi se troppo sottolineati: il cibo che compare nel deserto ogni giorno solo perché la tribù lo chiede; la telepatia, che non è solo un modo di scambiarsi sensazioni o al più idee, ma proprio una specie di telefono; le profezie che si realizzano in modo eccessivamente preciso.
Tirando le somme, ho letto questo prendendo tutte le cose positive che riuscissi a cogliere. Purtroppo non l’ho apprezzato completamente, ma credo sia giusto così. Anche lo scoprire che gli aborigeni si sono sentiti offesi da questo libro mi ha spinta a riflettere: se non lo avessi saputo, avrei mai fatto caso al fatto che l’autrice sottintende di poter essere la loro portavoce? O che affermi che essi vogliano estinguersi perché noi stiamo distruggendo il pianeta? Forse non ci avrei mai fatto caso, forse è stato meglio così.
Non credo sia giusto inventare tradizioni e abitudini di un popolo affermando la loro veridicità e organizzare conferenze e incontri in cui ci si dichiara portatrice della verità… non credo sia giusto che milioni di persone abbiano letto questo libro credendo che fosse tutto vero.
Vi lascio qui il link ad una critica molto interessante ma scritta in inglese da un australiano che conosce la cultura aborigena.

“Tu credi che il Tutto divino veda e giudichi gli uomini”, mi spiegò Ooota. “Noi crediamo che ne percepisca le interazioni e le emozioni, e che non sia interessato a ciò che facciamo quanto piuttosto al perché lo facciamo”


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Marlo Morgan: nacque in Iowa nel 1937. Ottenne un dottorato in biochimica ed in medicina orientale e dopo venticinque anni di carriera medica abbandonò il lavoro per realizzare un viaggio in Australia alla fine del quale intraprese la carriera di scrittrice. Il suo primo libro E venne chiamata due cuori viene pubblicato nel 1990 come testimonianza del viaggio da lei compiuto, diventa in poco tempo un best-seller e vende più di 250.000 copie in 17 lingue differenti.  La United Artists acquistò i diritti del libro per trarne un film, ma a questo annuncio otto anziani aborigeni partirono per gli Stati Uniti per impedire la realizzazione del film accusato di contenere falsità e propositi razzisti. La spedizione ottenne il risultato sperato ed il film non fu mai prodotto. 

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