Recensione: La mia cosa preferita sono i mostri #1 di Emil Ferris

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  • Titolo: La mia cosa preferita sono i mostri #1 (My Favorite Thing Is Monsters #1)
  • Autore: Emil Ferris
  • Casa Editrice: Bao Publishing
  • Data pubblicazione: 14 Febbraio 2017
  • Prima edizione italiana: 12 Aprile 2018
  • Pagine: 420
  • Trama: Kare Reyes ha dieci anni, vive a Uptown Chicago, con la madre e il fratello Deeze. Ama l’arte, i giornalini horror e i vecchi film di mostri. Un giorno torna a casa da scuola e apprende che la vicina è morta. Suicidio, dicono, ma Karen non ci crede. Siamo nel 1968, nel pieno della contestazione, e questa storia la leggiamo dal diario scribacchiato, scarabocchiato e illustrato di Karen. I misteri sono fuori e dentro casa, perché più Karen cerca di capire cosa sia successo alla sua vicina, Anka, una sopravvissuta dell’Olocausto nazista, più comprende che c’è un terribile segreto del passato che tormenta suo fratello Deeze.

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Non sono una grande esperta di graphic novel, anzi: La mia cosa preferita sono i mostri è solo il secondo che leggo dopo Patience di Daniel Clowes (di cui vi avevo parlato qui). In entrambi i casi ho sperimentato questo nuovo genere grazie alla pazienza di Gianluca (qui il link al suo profilo instagram) che mi ha prestato i due volumi e ha aspettato che li leggessi. Se farò riferimenti eccessivi a Patience perdonatemi, ma è l’unico metro di paragone che ho ed è stato spontaneo fare un confronto durante la lettura.
Karen vive con mama e Deeze a Uptown Chicago, in un condominio pieno di persone interessanti. Quando improvvisamente la sua vicina Anka muore, in quello che viene definito un suicidio, Karen si improvvisa investigatrice e comincia ad indagare su tutte le persone che la circondano, su strane porte e conversazioni origliate, su quadri che sembrano in grado di parlarle e su misteri del passato di cui lei è all’oscuro. 

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Karen ama i mostri e vorrebbe lei stessa esserne uno: vive in realtà nella convinzione di essere diversa dalla G.E.N.T.E. (Grigi, Egoisti, Noiosi, Tristi ed Ebeti) e si disegna come un quasi licantropo dai canini appuntiti. Eppure è bello il mondo visto dagli occhi di Karen: nonostante sia popolato di mostri, con il fascino dell’horror che impregnano ogni cosa, la fantasia e la creatività trasudano da ogni dettaglio, creando un’atmosfera che sta tra il sogno e la realtà, esattamente come la prospettiva di una bambina. Ecco la sensazione che più mi è piaciuta di questa lettura, quella di essere sempre tra il reale e l’immaginazione: anche la più noiosa delle scene è per Karen il palcoscenico per una conversazione tra esseri inanimati o amici immaginari. In questo modo, anche il dettaglio più assurdo o la digressione più surrealista, non diventano mai qualcosa di improbabile, ma si circondano di una piacevole aria di incertezza.
Per ciò che riguarda la lettura in sé, l’ho trovata più nelle mie corde rispetto a Patience perché credo che qui si verifichino due situazioni apparentemente contrastanti, ma complementari. Il disegno qui è grande, ti avvolge, è impossibile sfuggirgli: come potete vedere nelle immagini che ho inserito, attira anche solo al primo sguardo. Questo ha spazzato via la mia paura di non apprezzare al meglio la parte figurativa: non sono comunque un’intenditrice, ma il caos e la pienezza del tutto mi hanno spinta a concentrarmi di più sui disegni e a captare tutti i dettagli più assurdi e interessanti. Allo stesso tempo però, il testo non è confinato nei dialoghi, ma scorre libero anch’esso completando in maniera letterale la definizione di graphic novel. È a tutti gli effetti un romanzo che si arricchisce di immagini spettacolari: questo perché nella lettura ci troviamo dentro il quaderno di Karen, che racconta attraverso disegni e parole tracciati su delle normalissime righe che donano semplicità e immediatezza alla lettura. 

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La trama mi ha convinta tanto in alcuni punti e meno in altri: ho trovato un eccessivo uso di stereotipi che ha appesantito inutilmente la lettura. Un esempio tra tutti è quello di far capire che un personaggio fosse omosessuale facendogli fare pagine e pagine di apprezzamenti sui vestiti e gli accessori raffigurati nei quadri di un museo. Allo stesso modo ho trovato eccessivamente teatrale e scandaloso il passato di Anka, ma probabilmente è stata solo una mia percezione. Gli aspetti che invece mi sono piaciuti di più sono stati il modo di raffigurare quel periodo storico (gli anni ’60) e i temi importanti trattati, in primis l’accettazione della diversità, in tutte le sue forme.
Questo è probabilmente dovuto anche all’esperienza dell’autrice: Emil Ferris scrive La mia cosa preferita sono i mostri, (sua prima graphic novel) proprio dopo un periodo molto duro in cui, in seguito all’infezione da virus del Nilo occidentale, perde l’uso del braccio con cui era solita disegnare e deve imparare a disegnare con l’altro. Credo che nella storia ci sia anche tanto di questa forza di superamento degli ostacoli, con una certa dose di fantasmi che però ci si porta dietro per sempre.
Il finale è un po’ cattivo, come quello di una puntata di una serie tv: bisognerà aspettare il seguito, la cui uscita è programmata per il prossimo anno, almeno in lingua originale.

♥ ♥ ♥


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Emil Ferris: è cresciuta a Chicago durante i turbolenti anni Sessanta e ci vive ancora. È palesemente una devota fan di tutto ciò che è mostruoso e terrificante. In una vita precedente, Emil faceva l’illustratrice e scolpiva giocattoli per un ampio numero di clienti. Si è laureata all’Art Institute of Chicago. Nel 2010 ha ricevuto la Fellowship Toby Devan Lewis per le arti visive. La mia cosa preferita sono i mostriè il primo, ma non l’ultimo, romanzo grafico di Emil.

5 commenti

  1. Non sono un’intenditrice di graphic novel neanche io, ma le illustrazioni che hai inserito colpiscono molto anche me. Penso che la tua frase “Il disegno qui è grande, ti avvolge, è impossibile sfuggirgli.” riassuma alla perfezione le sensazioni che questa esperienza di lettura deve suscitare.

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