Recensione: Il nome della rosa di Umberto Eco

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  • Titolo: Il nome della rosa
  • Autore: Umberto Eco
  • Casa Editrice: Bompiani
  • Data pubblicazione: 1980
  • Pagine: 533
  • Trama: Guglielmo da Baskerville, monaco francescano, ex-inquisitore e consigliere dell’Imperatore, si reca insieme al giovane benedettino nonché voce narrante Adso da Melk, in un’abbazia allo scopo di partecipare ad un’importante riunione che vede contrapposti i francescani, fautori della povertà del Cristo, e la delegazione papale. Questo incontro era stato organizzato allo scopo di permettere alle due parti di trovare un accordo.
    L’abbazia vive ore tormentate. Subito dopo il loro arrivo, l’Abate chiede a Guglielmo di indagare sulle cause della morte violenta di uno dei suoi conventuali. In effetti durante la notte, Adelmo da Otranto, un giovane monaco, è caduto dall’edificio, un’imponente costruzione nella quale si trovano sia il refettorio che l’immensa biblioteca dell’abbazia.
    Nonostante la libertà di movimento concessa all’ex inquisitore, si susseguono altre morti e tutte sembrano ruotare intorno alla biblioteca e ad un misterioso manoscritto. Questa biblioteca, tra le più grandi della cristianità, è costruita come un labirinto, un luogo segreto, allo scopo di proteggerla dagli intrusi. Non è concesso loro di visitarla: solo lo scriptorium è accessibile. La situazione è complicata dall’imminente convegno e dalla scoperta di due eretici della setta dei Dolciniani, rifugiati presso l’Ordine dei Benedettini. In questa atmosfera inquietante, Guglielmo e Adso si avvicinano sempre più alla verità, fino a scoprire il misterioso manoscritto…

il nome della rosaProbabilmente Il nome della rosa appartiene a quel gruppo di libri sui quali è già stato detto tutto. A quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione, come primo romanzo di Eco, mi preparo a tessere umilmente le lodi di un capolavoro riconosciuto universalmente. Ci ho messo un po’ di tempo ad arrivare a questa lettura e fino a un mese fa mi comportavo ancora da odiosa persona che afferma: “No, non l’ho letto, ma ho visto il film”. Per la precisione il film l’ho guardato durante gli anni del liceo, in classe e ne conservavo un bel ricordo di cui però si erano persi i dettagli (pessima la concentrazione con cui si guardano i film in classe, lo riguarderò). Poi qualche settimana fa, è andata in onda la miniserie televisiva prodotta dalla Rai e nell’attesa di una settimana tra una puntata e l’altra, ho cominciato anche a leggere il libro.
Adso da Melch, giovane novizio benedettino, si trova insieme al francescano Guglielmo da Baskerville, in un’abbazia benedettina per partecipare all’incontro tra i maggiori esponenti dell’ordine francescano e membri di una delegazione papale, in merito alla povertà di Gesù Cristo e della Chiesa. L’abate chiede però a Guglielmo, ex inquisitore, di indagare sul probabile omicidio di uno dei suoi monaci, che non sarà l’ultimo.

Il bene di un libro sta nell’essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. Questa biblioteca è nata forse per salvare i libri che contiene, ma ora vive per seppellirli. Per questo è diventata fomite di empietà. 

*EXCLUSIF*PARIS: Umberto EcoLa doverosa premessa da fare è che oltre ad aver letto questo romanzo con un notevole ritardo, non ho mai letto altro di Eco: le mie riflessioni saranno quindi costellate dallo stupore tipico di chi incontra per la prima volta un genio. Prima cosa che mi ha conquistata: lo stile. È molto descrittivo e ha una potenza evocativa estrema: non ricordo l’ultima volta in cui ogni particolare era vivido davanti ai miei occhi semplicemente tracciato dalle parole. Ogni dettaglio diventa però anche il pretesto per raccontare qualcosa, e così le immagini diventano una guida tra gli eventi. Sono partita con la lettura con un’immagine ben precisa nella testa, o meglio più immagini: sia il film che la serie tv, contengono molte scene girate in Abruzzo, soprattutto quelle paesaggistiche. E la mia immaginazione tendeva in generale ad affiancare alle descrizioni che leggeva, dei luoghi bellissimi e familiari.
Eventi storici e inventati, personaggi reali, di fantasia e anche figure direttamente provenienti dall’inferno dantesco, si fondono su un palcoscenico impeccabile, confondendo il confine tra la cultura di Eco e la sua creazione. Ho provato una piacevole sensazione di familiarità nel riconoscere nomi ed eventi che conoscevo già e di soddisfazione per la scoperta nel ricostruire quadri di vicende complete che ignoravo totalmente. I contenuti vanno dal teologico al filosofico allo storico: le pagine trasudano bellezza e conoscenza, e ne parlano nel modo più naturale possibile.
Non mi sono mai annoiata, neanche una volta e ad essere proprio sincera, non me lo aspettavo: ma ho constatato con meraviglia che Eco è stato in grado di tenermi incollata alle pagine anche quando queste sono un intero capitolo dedicato alla storia di un sogno confusionario e pieno di nomi e personaggi biblici. Era un’opera surrealista che, una figura strana dopo l’altra, mi ha completamente circondata. 

Ebbi l’impressione che Guglielmo non fosse affatto interessato alla verità, che altro non è che l’adeguazione fra la cosa e l’intelletto. Egli invece si divertiva a immaginare quanti più possibili fosse possibile.

il nome della rosa1L’unico aggettivo che mi viene in mente per poter descrivere il tutto è semplicemente geniale, dal minimo dettaglio al quadro generale, dalla prima all’ultima parola. Geniale il personaggio di Guglielmo (e anche i bellissimi momenti in cui si lascia andare a qualche improperio), geniali gli indizi e il filo conduttore sui temi, che però riescono comunque a creare un alone di mistero sulla risoluzione del caso. Geniale il modo di trattare i dissidi interiori di Adso, che vede nel mondo esterno, la rappresentazione perfetta di ciò che sta succedendo in lui: per la prima volta viene in contatto con la corruzione dei costumi dei monaci, con i vizi, i segreti e i peccati che ritrova ovunque. Allo stesso tempo entra in contatto con il mondo, con l’infinito universo, delle tentazioni, della carne e della mente. Ecco un bellissimo tema centrale: l’ossessione per il sapere e la differenza tra il suo uso pratico e la scelta di rinchiuderlo in stanze segrete. I libri sono il centro della vita dei monaci, che copiano, traducono e fanno miniature. Vivono tra i libri e per i libri. Ma ognuno a suo modo: c’è chi non è ritenuto neanche in grado di capire cosa ha tra le mani, chi ritiene di dover proteggere la conoscenza dai semplici e chi vorrebbe che fosse aperta a tutti. Tutto è allegoria di tutto, dal pericolo che si nasconde dietro una curiosità insaziabile, all’insensatezza di un tesoro che se sepolto non lo è più. Che senso ha un libro che non può essere letto?
Geniale la riflessione sulla povertà della Chiesa, una riflessione che comincia sin dalle prime pagine e si corona poi con il discorso di Guglielmo durante la disputa. Mi ha fatto riflettere molto, ma in modo da pensare “In fondo sembra così scontato e ovvio, perché non ci ho pensato prima?”.
Un romanzo che attraversa più generi, rivelandosi all’altezza di ognuno di essi, e che attraversa i decenni, rivelandosi intramontabile. Umberto Eco ha affermato di essere quasi infastidito da tutto questo osannare Il nome della rosa: secondo lui, tutti i suoi altri romanzi, venuti dopo, sono molto più belli. Non posso ancora dire niente a proposito, se non che li leggerò. E che capisco il motivo di tutto questo osannare. 

Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? E fu per questo che rinunciai a quella attività. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi. 

♥ ♥ ♥ ♥ ♥


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Umberto Eco: (Alessandria 1932 – Milano 2016) è stato filosofo, medievista, semiologo, massmediologo, ha esordito nella narrativa nel 1980 con Il nome della rosa (Premio Strega 1981), seguito da Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), Il cimitero di Praga (2010) e Numero zero (2015). Tra le sue numerose opere di saggistica (accademica e non) si ricordano: Apocalittici e integrati (1964), Lector in fabula (1979), Sulla letteratura (2002) e Dire quasi la stessa cosa (2003). Nel 2004 ha pubblicato il volume illustrato Storia della Bellezza, seguito nel 2007 da Storia della Bruttezza, nel 2009 da Vertigine della lista e nel 2013 da Storia delle terre e dei luoghi leggendari.

8 commenti

  1. Il libro è bellissimo, allo stesso modo il film. Non ho ancora visto la serie… L’unico altro libro di Umberto Eco che ho letto è stato Il Pendolo di Foucault: molto bello anche quello; se vuoi, dagli un’opportunità! Buon pomeriggio! 😉

    Piace a 1 persona

    • Credo che la serie abbia tentato di ricalcare eccessivamente il film. La storia è sempre bellissima e quindi si guarda molto volentieri, ma dopo aver letto il libro mi sono sembrati fuori luogo molti particolari.
      Sicuramente leggerò altro di Umberto Eco, quindi mi appunto il tuo consiglio, grazie! A me ispira molto anche “Il cimitero di Praga”.
      Ciao Luca 🙂

      Piace a 1 persona

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