Recensione: Comici spaventati guerrieri di Stefano Benni

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  • Titolo: Comici spaventati guerrieri
  • Autore: Stefano Benni
  • Casa Editrice: Feltrinelli
  • Data pubblicazione: 1 Maggio 1989
  • Pagine: 198
  • Trama: Comici spaventati guerrieri è una “recherche” metropolitana, che si dilata coralmente come un blues ritmando spostamenti e appostamenti, separazioni e incontri, agguati e fughe, colpi di kung-fu e spari, amori improvvisi e improvvise amicizie, dialoghi e monologhi, visioni e sogni. Sulle sue note ilari aleggia l’atmosfera acre della città e l’infinita distanza tra “centro” e “periferia”. Giacché questo è un romanzo in cui il riso ricade sul cinismo, la corruzione squallida e dorata, la stupidità di questi anni che qualcuno ha definito e qualcuno ha voluto bui. E’ un romanzo che risuona delle impreviste possibilità polifoniche del tragicomico quotidiano, un libro in definitiva che non somiglia a nessun altro, somigliando a Stefano Benni. Il quale raggiunge qui un’altra meta del suo percorso solitario, rivolto a riscattare il comico dagli avvilimenti imperanti, a restituirgli dignità letteraria in una scrittura vibrante di modulazioni musicali e poetiche, e in una torsione tematica che porta questo genere ad affacciarsi – come per sfida – sull’opposta sponda del tragico.

Catturra.PNGHo insolitamente conosciuto Stefano Benni prima di persona e poi attraverso le sue parole scritte. Lo scorso 29 settembre infatti, ho assistito ad un incontro in occasione del festival Firenze Libro Aperto, in cui Benni ha parlato dei suoi libri, del suo lavoro, delle varie forme che ha assunto per lui l’esperienza della scrittura a seconda dell’opera che si trovava a creare. Ha parlato degli scrittori che apprezza, contemporanei e non, del suo processo creativo e soprattutto di cosa significhi creare e scrivere una storia di qualità.
Prima di questo incontro, dei suoi libri avevo letto solo Cari mostri qualche anno fa, ma non mi erano rimasti particolari ricordi, per cui dopo Firenze sono rimasta abbastanza incuriosita e ho acquistato Comici spaventati guerrieri da una bancarella di libri usati.

È come nel blues: si può scivolare su altri accordi, variazioni di melodia o di malinconia, ma si ritorna sempre all’accordo iniziale, quello che racconta la storia. Così le giornate di Lucia, variazioni sul pensiero di Leone.

La morte di Leone, a cui hanno sparato senza un apparente motivo in una zona dellaviolino città del tutto insolita per lui, è l’evento che porta all’incontro di vari personaggi, tanto bizzarri quanto assolutamente fantastici (in ogni senso possibile): Lupetto, bambino ammiratore di Leone, Lucio Lucertola, professore in pensione, Lucia e Rosa,  Lee, amico di Leone, l’Astice, Giraffa… Alle spalle di questa folla di personaggi, si staglia una scenografia che sta a metà tra un futuro distopico, una realtà onirica e un mondo reale estremamente ridicolizzato ed esasperato. E così, tra un sorriso amaro, una risata sincera e una lacrima, vengono raccontate le avventure tragicomiche che si portano dietro tutto un mare di riflessioni e la grande capacità di far evadere.
Man mano che procedevo con la lettura, mi sono trovata a far caso a vari aspetti del libro che mi hanno conquistata, primo fra tutti, l’abilità di tenere il lettore 
incollato alle pagine. La lettura è veloce, quasi scattante ed evoca la sensazione di scene che si svolgono davanti agli occhi di chi legge, succedendosi una dopo l’altra. Sicuramente è merito dei dialoghi, molto frequenti e veloci, ma anche estremamente divertenti.
E questo mi porta al grande punto di forza del libro: l’ironia, che prende più frequentemente le vesti della messa in ridicolo. Questo vale tanto per i bersagli oggetto di critica, comportamenti, modi di essere, che vengono demoliti attraverso la risata (amara), quanto per le situazioni più comuni e quotidiane, quelle in cui tutti possiamo ritrovarci e che riconosciamo nella loro forma più bonariamente presa in giro. Dietro le vicende dallo svolgimento improbabile, si nascondono le semplici abitudini della società e dei suoi abitanti, sia quella della storia, sia quella reale del lettore, che risultano sì esasperate ma grottescamente vere. L’indifferenza che sfiora la crudeltà, l’incapacità di mettersi nei panni altrui, la superficialità che diventa vero e proprio narcisismo…

Certo ammazzare uno così dalla finestra col fucile è passare il segno. Non lo so, forse il segno si è spostato.

viola.PNGAccanto alla comicità, però c’è un’altra sfumatura preponderante che colora le pagine: quella della fantasia, dell’immaginazione che viene continuamente stimolata a seguire la penna veloce e la creatività dell’autore. Ogni personaggio viene modellato sull’aspetto e l’indole di un particolare animale, creando non dei personaggi stereotipati, ma semplificazioni divertenti che ricalcano uno degli espedienti narrativi più antichi del mondo: quello della favola. Le situazioni che si vengono a creare sono sospese in atmosfere da sogno: tutto potrebbe quasi sembrare reale, ma c’è qualcosa che non torna…
Una storia delicata e divertente, uno stile assurdo ma assurdamente coinvolgente, tante critiche sotto forma di risata, ma tanta speranza, con i volti simpatici (io me li immagino simpatici) di comici guerrieri spaventati e di scritte sui muri che vorrebbero dimenticare.

FOTO DI: SARA CICERO (INSTAGRAM • FACEBOOK)

Voglio vivere ancora duecentocinquanta anni .
Vivere da lucertola, strisciare sui muri al sole, sdraiarmi nel prato a zampe in su e pensare che il cielo non esiste, è un fazzoletto azzurro sugli occhi.

Voglio scappare da scuola, correre ancora nella biblioteca sotto i portici, a leggere i libri che non dovevo leggere, i cui autori ringrazio.
Voglio rivedere le piazze piene di rabbia, e certe sere sedute sui gradini a perder tempo. Certe sere in cui sentivi che, in un paese lontano, una fucilata ammazzava uno come te.
Voglio rivedere tutti i miei amori anche quelli cosiddetti sbagliati. E tutti i miei amici in fila.
Voglio imparare a suonar il sassofono, studiare medicina, vedere i marziani. A settant’anni è il minimo. 
Voglio sentire tutti in una volta i nodi con sui sono stato legato al mondo, ogni volta che la mia vita si è incrociata con un’altra. Crollare a terra otto questo felice groviglio. 
La felicità forse è un’altra cosa, ma quello che mi è passato sotto gli occhi, questi anni, non lo cambierei con niente. Se parte l’Arca, io non m’imbarco.
Anche se non tutti capiscono perché alcuni vecchi comici diventano così seri, nel mezzo del film. Tagliate, dove non capite, e metteteci la pubblicità.

♥ ♥ ♥ ♥


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Stefano Benni: (Bologna, 1947) è scrittore, umorista, poeta, sceneggiatore e giornalista. Scrive per il teatro e ha allestito e recitato in numerosi spettacoli con musicisti jazz e classici. Tiene da anni seminari sull’immaginazione e reading. È autore di molti romanzi di successo tradotti in trenta paesi.

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