Recensione: Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino

Il castello dei destini incrociati

  • Titolo: Il castello dei destini incrociati
  • Autore: Italo Calvino
  • Casa Editrice: Mondadori
  • Data pubblicazione: 1969
  • Pagine: 160
  • Trama: Un gruppo di viaggiatori che, per un complesso di circostanze diverse, hanno perso la parola si ritrovano in un castello. L’unico mezzo che hanno per comunicare è rappresentato da un mazzo di tarocchi. Un romanzo affascinante composto da tante storie intrecciate.

 


bosco.PNGÈ difficile far rientrare Il castello dei destini incrociati in una definizione precisa: non è propriamente un romanzo, né una raccolta di racconti; potrebbero esserne due, di raccolte, ma non sarebbe corretto neanche definirlo così. È piuttosto una sorta di gioco che si svolge in due tempi e il cui scopo e raccontare e meravigliare.
Nell’edizione che ho letto io, il testo è preceduto da una nota dell’autore che compare per la prima volta alla fine del libro in un’edizione del 1973: si tratta di alcune pagine in cui Calvino spiega l’ideazione del libro, nelle due parti che lo compongono, il castello e la taverna.
In entrambi, un gruppo di viaggiatori sconosciuti si ritrovano insieme, incapaci di parlare ma con la voglia di raccontare la propria storia. In entrambe le situazioni hanno a disposizione solo un mazzo di tarocchi, che però non è lo stesso: tarocchi del mazzo visconteo nel primo caso e mazzo popolare dei tarocchi marsigliesi nel secondo. Combinando le varie carte, ogni viaggiatore racconta la propria storia agli altri. Calvino si serve delle immagini delle carte, poste ai margini di ogni pagina, per tracciare tanti racconti interpretati da una voce narrante, che si occupa di decifrare, mettere insieme i pezzi, trarre conclusioni. 

Ma ci sono fonti, – qualcuno tra noi certo pensò, – che, appena se ne beve, accrescono la sete, anziché placarla.

Non è semplicemente un’espediente narrativo, ma un gioco complesso che diventa esso stesso centro della lettura. I tarocchi e il loro essere ambivalenti e porsi al centro di più storie, sono una metafora efficace del destino e del caso. Ma anche dell’importanza della comunicazione e della comprensione reciproca.
Posso dire con sicurezza che ci sono molti aspetti che mi hanno colpita positivamente, ma ce ne sono altrettanti che mi hanno lasciata interdetta e hanno appesantito la mia lettura. foto
Partiamo da ciò che mi è piaciuto: sicuramente l’ingegnosità del tutto. Calvino utilizza due mazzi di tarocchi reali, analizza le loro immagini sfruttandone tanto le interpretazioni e i significati noti, quanto quelli inediti, forniti da lui. Un dieci di spade diventa un bosco intricato fatto di rami, con un sentiero al centro; una fonte si fa simbolo di amore passionale… Scandaglia anche le espressioni e i tratti delle sue carte, le confronta con i personaggi che raccontano, trae conclusioni fantasiose e segue così piste stravaganti ma molto belle.
Mi è piaciuto lo stile che si adatta al racconto: più distaccato e ricercato nel castello, più caotico e colloquiale nella taverna. Ma oltre ad adattarsi allo sfondo, al mazzo di tarocchi e ai personaggi, il linguaggio e le scelte stilistiche si adattano perfettamente anche all’espediente narrativo: lo stesso Calvino confessa che il gioco, nella taverna, si è fatto più difficile anche per lui. Non tutto combacia come accade nella prima parte, le carte sembrano non essere sufficienti: in qualche modo si fa più blanda l’interpretazione e i personaggi finiscono per litigarsi carte che così possono essere riutilizzate. E la forma di racconto si fa portavoce anch’essa di tale confusione e difficoltà, in una maniera impeccabile: nella prima parte ci sono riferimenti letterari ovunque, storie appartenenti ad altri raccontate attraverso i tarocchi (molto divertente l’Orlando furioso), nella seconda parte è tutto più grezzo.

È antica e saggia usanza nelle corti che il Matto o Giullare o Poeta eserciti la sua funzione di capovolgere e deridere i valori sui quali il sovrano basa il proprio dominio, e gli dimostri che ogni linea diritta nasconde un rovescio storto, ogni prodotto finito uno sconquasso di pezzi che non combaciano, ogni discorso filato un bla-bla-bla.

Mi è piaciuta tanto una cosa in particolare: stupirmi dell’infinita bellezza di una storia che nasce, o meglio che viene scoperta, rivelata, e con essa il legame tra contenuto e narrazione, tra significato e forma
giostraCosa non mi è piaciuto. Mi sono annoiata per una buona parte di libro. Credo che il gioco narrativo fosse fin troppo finalizzato a sé stesso: un racconto dopo l’altro che si incastrano, non sul piano reale ma su quello delle carte sono un buon punto di partenza. Forse però non pensavo si esaurisse tutto lì: credevo e speravo in una cornice più grande e soprattutto più astuta considerando le premesse. Invece tutto resta confinato allo stato di gioco.
In più, rivivere il tutto due volte si rivela ancora più pesante, perché la seconda volta il lettore non ha più molte regole da scoprire, né un finale inaspettato da pregustarsi. Per cui, fatta eccezione per l’apprezzamento sull’astuzia stilistica, mi sono limitata a trascinarmi per inerzia una pagina dopo l’altra. Credo che a stupire e meravigliare ci avesse pensato già il castello, in più le storie nella taverna sono sorprendentemente brevi e anche molto più sovrapposte.
Ci sono talmente tanti personaggi, che mi sarei aspettata un po’ più di spessore: e invece diventa un semplice cruciverba di racconti.
Certo che c’è tanta genialità, tanta cultura, tanta maestria ed è impossibile non farci caso o non apprezzare. C’è magia quasi, illusionismo. C’è una riflessione incessante sul destino e sul caos. Però mi è mancato il piacere di leggere e di scoprire e questo non si può sostituire. 

FOTO DI: SARA CICERO (INSTAGRAM • FACEBOOK)

Nei musei mi fermo sempre volentieri davanti ai sangirolami. I pittori rappresentano l’eremita come uno studioso che consulta trattati all’aria aperta, seduto all’imboccatura d’una grotta. Poco più in là è accucciato un leone, domestico, tranquillo. Perché un leone? La parola scritta ammansisce le passioni? O sottomette le forze della natura? O trova un’armonia con la disumanità dell’universo? O cova una violenza trattenuta ma sempre pronta ad avventarsi, a sbranare?

♥ ♥ ½


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Italo Calvino: (Santiago de Las Vegas de La Habana,  1923 – Siena, 1985). Intellettuale di grande impegno politico, civile e culturale, è stato uno dei narratori italiani più importanti del secondo Novecento. Ha seguito molte delle principali tendenze letterarie a lui coeve, dal Neorealismo al Postmoderno, ma tenendo sempre una certa distanza da esse e svolgendo un percorso di ricerca personale e coerente.
I numerosi campi d’interesse toccati dal suo percorso letterario sono meditati e raccontati attraverso capolavori quali la trilogia de I nostri antenati (1952/1959), Marcovaldo (1963), Le cosmicomiche (1965), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), uniti dal filo conduttore della riflessione sulla storia e la società contemporanea.

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