Recensione: Suite Francese di Irène Némirovsky

Suite Francese

  • Titolo: Suite Francese (Suite française)
  • Autore: Irène Némirovsky
  • Casa Editrice: Garzanti
  • Data pubblicazione: Settembre 2004
  • Prima edizione italiana: Ottobre 2005
  • Pagine: 412
  • Trama: Suite francese, pubblicato postumo nel 2004, è l’ultimo romanzo di Irène Némirovsky. Scritto agli albori del secondo conflitto mondiale a Issy-l’Évêque, in Borgogna, è un affresco spietato, composto quasi in diretta, della disfatta francese e dell’occupazione tedesca, in cui le tragedie della Storia si intrecciano alla vita quotidiana e ai destini individuali. È un caleidoscopio di comportamenti condizionati dalle aberrazioni della guerra, dalla paura, dal sordido egoismo, dalla viltà, dall’indifferenza, dagli istinti di sopravvivenza e di sopraffazione, dall’ordinaria crudeltà, dall’ansia di amore. È il racconto della passione, ambigua e tormentata, che nasce tra una giovane donna il cui marito è disperso al fronte e un ufficiale tedesco. Con lucida indignazione ma anche con pietà, Némirovsky mette a nudo le dinamiche profonde dell’esistenza umana di fronte alle prove estreme e scrive un insperato capolavoro della letteratura del Novecento. 

L’anno scorso per il mio compleanno ho ricevuto un buono da spendere da laFeltrinelli e tra i miei acquisti c’è stato proprio Suite Francese: avevo visto il film (che ora voglio assolutamente riguardare) e mi era piaciuto. In più mi sembrava un’edizione molto bella. Esattamente un anno dopo, finalmente, l’ho letto.
parigiIrène Némirovsky, quando nel 1942 viene deportata ad Auschwitz, dove morirà solo un mese dopo, lascia incompleta un’opera che sarebbe dovuta essere composta da quattro o cinque movimenti, libri. Nel suo quaderno rilegato in pelle, riesce a scriverne solamente due, Tempête en juin e Dolce, pubblicati nel 2004, ben sessant’anni dopo, sotto il titolo di Suite française, grazie a sua figlia Denise.
Tempesta di Giugno segue la fuga da Parigi, invasa il 4 giugno 1940, di una serie di personaggi memorabili: i Pericand, rispettabile famiglia borghese e le loro amate apparenze; i Michaud, due coniugi impiegati in banca, a cui sembra non restare nulla se non l’affetto reciproco e la speranza per il loro figlio Jean-Marie; Gabriel Corte, scrittore, la sua amante e la sua convinta superiorità rispetto a chiunque; Langelet, disgustato dalla volgarità e ossessionato dalla bellezza. E poi ancora centinaia di volti e migliaia di comportamenti.

Il mondo esterno, incoerente e ripugnante, aveva i colori dell’inferno, un inferno in cui Gesù non sarebbe mai ridisceso “perché lo avrebbero fatto a pezzi”, pensava Hubert.

Dolce sposta l’inquadratura su Bussy, paese della campagna francese, la cui quotidianità e i cui schemi sociali vengono stravolti dall’occupazione tedesca. Il racconto è più calmo, ma come in un ossimoro, il ritmo è più incalzante. I soldati prendono possesso delle loro case, dei loro oggetti, mettono gli occhi sulle donne, riempiono persino l’aria con i loro passi e le loro risate. Lucile e Madeleine hanno storie molto diverse, che in qualche modo sono destinate a legarsi per coincidenze che persino loro ignorano.Bimbo
Prima cosa da dire: non mi succedeva da una vita di essere così presa da un libro. Ho riscoperto il piacere di non vedere l’ora di essere a letto la sera per poter leggere, di leggere sull’autobus, alla fermata, alle pause tra una lezione l’altra. Lo stile dell’autrice non è solo coinvolgente, incanta letteralmente il lettore, trascina una pagina dopo l’altra in un mondo costruito nel minimo dettaglio. Ogni cosa è ritratta attraverso parole dolci e delicate, anche il più arido disprezzo. I luoghi si dipingono una pennellata alla volta fino ad essere perfetti, le sensazioni diventano impossibili da non percepire per il lettore. Ci sono metafore con la natura, con gli animali, parallelismi che fanno sorridere dallo stupore; ad ogni vicenda appartiene lo sfondo più adatto. Soprattutto nella prima parte, c’è una lentezza che non è mai pesante, che si legge comunque con velocità, spostandosi da una scena all’altra.
La parte migliore, che è anche sempre il mio punto debole, sono stati i personaggi. Ognuno incarna qualcosa di ben preciso, senza risultare mai forzato o stereotipato; il modo di ragionare di ognuno è ben evidente, il modo di guardarsi intorno e di percepire ciò che sta accadendo. E attraverso questi personaggi l’autrice indaga ogni singola sfaccettatura che può presentarsi nell’animo umano, ogni singolo atteggiamento, sia esso positivo o negativo. La superficialità, il disprezzo, la malvagità, l’amore, la fede nei grandi ideali, la disillusione… e mentre scrivo ogni parola, un volto si affaccia alla mia mente.

…un istinto che diceva loro che le guerre passano, che l’invasore poi se ne va, e che la vita, anche stravolta, anche mutilata, continua.

Credo però che ci sia un altro punto a rendere grande questo libro, un espediente che è poi anche il tema centrale del romanzo: il destino comune e inesorabile che rende tutti uguali. Il destino comune della guerra, che travolge e mette in luce le meschinità e bassezze (ma anche le virtù); il destino che si attua in tante piccole coincidenze, in storie che si svolgono fianco a fianco senza saperlo e che si influenzano a vicenda.
La grande meraviglia di questo racconto io non posso spiegarla: ci sono così tanti aspetti assolutamente geniali, tanti modi di rendere impeccabile questo ritratto vivido e reale della storia. E poi di farlo senza trasformarlo in un romanzo storico, perché non lo è assolutamente. Parla di vita quotidiana, di vite stravolte. Parla dell’umanità, e non so come possa un romanzo evocare un ritratto dell’umanità intera. Eppure lo fa, ve lo assicuro.

Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna resta una specie di Eden dove non ci sono né morte né guerre, dove le belve e le cerbiatte giocano in pace. Si tratta solo di ritrovare quel paradiso, rifiutando di vedere tutto il resto

Ho trovato pazzesco il modo in cui la Némirovsky riesce a delineare tutto il pensiero di un personaggio, tutte le sue ragioni e convinzioni, inserirle nel suo contesto sociale, e pariscontemporaneamente metterlo in ridicolo, filtrarlo con una critica spietata e silenziosa, con un’ironia acuta e timida. Pazzesco anche il modo in cui rende possibile l’immedesimazione, pur mantenendo la critica: il modo di ragionare di Langelet, la sua convinzione di essere nel giusto, al di sopra di una volgarità ributtante, la sua sensibilità verso le grandi bellezze del mondo che stavano per essere distrutte, mentre il popolo si preoccupa di mangiare… per me è stato tutto assolutamente perfetto, era perfetto il suo non rendersi conto neanche per un attimo dell’assurdità della sua mente malata, io avevo la sensazione di conoscerlo talmente bene quel volto viscido. E poi è stato perfetto il modo in cui è andata a finire, e non aggiungo altro.
Se l’opera fosse stata completa, credo si sarebbe trattato di un capolavoro in tutto e per tutto (non che così non sia già meravigliosa!). Molte cose sono incomplete, ovviamente, ma si percepisce che era stato designato un destino anche per loro, che ci sarebbe stata una degna continuazione.
Una storia bellissima, o meglio tante storie. Un caleidoscopio di volti e di coscienze, come ne ho visti pochi, di tormenti e angosce, di speranze e cecità. Una musica dolce e tormentata che arriva dritta al cuore.

FOTO DI: SARA CICERO (INSTAGRAM • FACEBOOK)

La strana felicità che provavano…quella fretta di far conoscere il proprio cuore l’uno all’altra…una fretta da amanti che è già un dono, il primo, il dono dell’anima prima di quello del corpo. “Conoscimi, guardami. Io sono così. Ecco come ho vissuto, ecco cosa ho amato. E tu? E tu, amore mio?”

♥ ♥ ♥ ♥


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Irène Némirovsky: nasce nel 1903 a Kiev, in una famiglia dell’alta borghesia ebraica. Emigrata a Parigi nel 1919, frequenta la Sorbona e si appassiona alla lettura di Huysmans, Wilde e Proust. Ai primi racconti segue, nel 1929, il romanzo dell’affermazione, David Golder. Dopo l’invasione tedesca della Francia viene arrestata e deportata ad Auschwitz, dove muore nell’agosto 1942 in poco più di un mese di prigionia.

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