Di quando ho (finalmente) incontrato Valentina D’Urbano

Il rumore dei tuoi passi l’ho letto grazie a mia mamma che non ne era rimasta estasiata (pur apprezzando), ma aveva in qualche modo colto che a me sarebbe piaciuto. Aveva ragione: mi ha conquistata totalmente, mi ha fatta piangere come nessun altro libro prima e mi ha permesso di scoprire la meraviglia della scrittura di Valentina D’Urbano.
Ai tempi lo lessi circa tre volte in un anno e ora è diventato uno di quei libri di cui conservo un ricordo talmente idealizzato da aver paura di rileggerlo: magari era quello il momento giusto per esserne rapita, e ora non avrebbe lo stesso effetto. Confesso però di non averlo mai abbandonato del tutto e perciò di tanto in tanto ricerco quelle due o tre pagine che mi piacciono da impazzire.
Per fortuna però, Valentina D’Urbano è cresciuta insieme a me, di libri ne ha scritti altri (per ora siamo a quota sei), e io non ne ho perso neanche uno. Colgo ogni occasione per parlare di lei (qui la sfilza di miei post in cui compare) e per ora non ne sono rimasta delusa neanche una volta.
A Settembre è uscito il suo ultimo libro Isola di Neve che l’autrice ha promosso (e continua a promuovere) con una serie di eventi di presentazione in tutta Italia, tra cui a fine Settembre (il 29 e 30), una data a Firenze (nell’ambito del festival Libro Aperto) e una a Pisa. Ci ho provato con la data di Firenze ma è andata male, perché per una serie di problemi di organizzazione, Valentina D’Urbano alla fine non ha tenuto la presentazione. Ho comunque passato la giornata tra stand e altri incontri, e il giorno dopo sono stata alla presentazione a Pisa, alla Libreria Fogola.

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Valentina è molto bella, anche se scrivendolo so che non è l’aggettivo giusto: catalizza lo sguardo e l’attenzione. Nella sua semplicità è impossibile non notarla, tutta vestita di nero (capelli inclusi), ma con una simpatia spontanea che esprime non appena apre bocca (e annesso accento romano). Si porta dietro la malinconia disperata e la bellezza delicata dei suoi libri (sì, potrebbe essere che sia tutto filtrato dal mio sguardo innamorato).
Ha raccontato davvero tante cose belle, tanti aneddoti e curiosità, quindi provo a riportarvi qualcosa (magari molte le sapete già). Isola di Neve è stato scritto in un anno e mezzo (più dei precedenti) e per una buona parte in Islanda, isola di cui ha tentato di riprodurre alcune atmosfere nebbiose e buie, ostili. Isola da cui ha preso il concetto puffin.PNGstesso di isola, che troviamo nel titolo, nell’ambientazione, nei personaggi con le loro solitudini e prigioni. (Curiosità: dell’Islanda conserva anche un tatuaggio dedicato, come per ogni altro libro. Un puffin sul braccio)
Ah il titolo: per l’autrice doveva essere Isola di Novembre, giudicato però troppo tetro per invogliare all’acquisto sugli scaffali, per cui è stato cambiato con il titolo attuale, dove Neve non è la neve (che effettivamente non compare nel libro), ma una dei protagonisti.
Ha parlato molto di questa oscurità che i suoi personaggi si portano dietro, dei fantasmi che popolano le loro menti e le loro vite, un’emarginazione profonda che è propria non solo di quest’ultimo libro, ma di ogni altro.  Insieme a questo aspetto più lugubre c’è però sempre una voglia di riscatto, una forza quasi feroce che li spinge a volere di più.
E così ci ha parlato della sua vita, quella che davvero ha vissuto tra i palazzi occupati de la Fortezza, quartiere nella periferia romana. E davvero l’istruzione, lo studio, la laurea sono stati il suo biglietto di uscita, la spinta a inseguire i propri sogni. Da un lato poi però si scrive di quello che si sa e quindi ecco comparire, con una certa prepotenza, la Fortezza in Il rumore dei tuoi passi , Alfredo e in Quella vita che ci manca. Ma anche dove la Fortezza non c’è, ci sono luoghi che ne hanno tutti i colori, che ti restano attaccati addosso e ti tengono imprigionato, che ti plasmano.
Su questo aspetto di casa intesa come luogo da cui fuggire, come culla fatta di catene, Valentina D’Urbano ha fatto una riflessione davvero bella, su quanto sia difficile vedere le cose nel loro insieme quando ci si sta dentro e soprattutto realizzare quanta influenza (anche negativa) abbiano su di noi.

 

Ci ha parlato della passione che mette nella scrittura, di come si prefissa degli obiettivi, dei punti da svelare poco a poco entro la fine del romanzo in modo che ogni cosa torni al proprio posto. Della voglia che ha di condividere mentre scrive (ma nessuno vuole spoiler, per cui si accontenta dei gatti), del suo appuntarsi storie che in un futuro più o meno lontano le verranno a bussare, quando sarà il loro momento.
Il suo personaggio preferito? Onda (Acquanera). Con la sua incapacità di amare, che evoca ripugnanza e curiosità al tempo stesso, è stato probabilmente il personaggio più difficile da creare e raccontare, ma quello che in un certo senso ha più bisogno di amore.
Che altro c’e poi in Isola di Neve? Una storia più complessa del solito, anche stilisticamente, con quattro vite e due epoche diverse che si intrecciano. Tra l’altro una delle ambientazioni è un’isola sperduta degli anni ’50 e non è stato facile renderla così Islanda.PNGverosimile. C’è la figura della donna salvifica quasi, che di salvifico poi sembrerebbe non avere nulla. C’e musica (e musicisti) un mondo a cui Valentina D’Urbano si è sempre sentita legata, pur essendo negata per qualunque strumento musicale. La sua migliore amica è una musicista e questo tipo di talento è qualcosa che lei ha sempre ammirato e che ha deciso di rendere una parte integrante del romanzo. Le ha richiesto tanta ricerca e aiuto da altri, così come la parte della lingua tedesca (non sarebbe stato verosimile che con due protagonisti tedeschi nessuno dei due dicesse una parola in lingua, no?).
Ho scoperto anche un dettaglio che non ho avevo colto: in realtà non l’ho ancora scoperto, ma so che esiste una specie di riferimento ad un suo precedente romanzo, che è stato messo lì quasi per gioco e per il divertimento del lettore. Se lo avete trovato battete un colpo perché vorrei saperlo (e ho dimenticato di chiederlo a lei).
Alla fine dell’incontro sono andata a salutarla e le ho chiesto di firmare la mia copia de Il rumore dei tuoi passi. L’ho abbracciata e ringraziata per aver sempre letto e risposto alle mie recensioni. Custodisco gelosamente la dedica sul libro e un bellissimo ricordo felice.

P.S. Dopo l’imprevisto del Festival, è stata fissata una nuova presentazione a Firenze! Il 12 Novembre alle ore 18.30 presso la Libreria Feltrinelli in via de Cerretani.
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5 pensieri su “Di quando ho (finalmente) incontrato Valentina D’Urbano

  1. atavolacoilibri ha detto:

    Sono stregata dai libri della D’Urbano! Anche il mio suo primo libro fu Il rumore dei tuoi passi, e mi fece innamorare talmente tanto che da allora non mi ne perdo uno. Mi piace moltissimo la tua presentazione, ora sfido chiunque a non essere almeno un po’ incuriosito 😄

    Piace a 1 persona

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