Recensione: Tredici di Jay Asher (il libro e la serie)

Tredici

 

  • Titolo: Tredici (Thirteen reasons why)

  • Autore: Jay Asher

  • Casa Editrice: Mondadori
  • Data pubblicazione: 18 Ottobre 2007
  • Prima edizione italiana: 29 Gennaio 2013
  • Pagine: 247
  • Genere: Young Adult; Thriller psicologico
  • Trama: Clay Jensen torna a casa da scuola e davanti alla porta trova un pacchetto indirizzato a lui, ma senza mittente. Dentro ci sono sette cassette numerate con dello smalto blu. Clay comincia ad ascoltare: le ha registrate Hannah Baker, la ragazza di cui Clay è innamorato da sempre. La stessa ragazza che si è suicidata due settimane prima. Hannah ha registrato tredici storie, una per lato, una per ogni persona che in un modo o nell’altro l’ha spinta verso la decisione di togliersi la vita. Ma lui cosa c’entra? Clay è sconvolto, vuole capire fino in fondo, scoprire quale ruolo ha svolto. Per tutta la notte, guidato dalla voce di Hannah, Clay ripercorre gli episodi e i luoghi che hanno segnato la vita della ragazza e che come tante piccole palle di neve si sono accumulati fino a divenire una valanga incontrollabile. Per tutta la notte, con la voce nelle cuffie, Clay si tuffa nei ricordi, nei rimpianti, e si tormenta cercando di capire cosa sarebbe successo se…

Opinione personale

La serie
13-reasons-cropLa stragrande maggioranza delle persone in questo universo sembra aver visto la serie tv prodotta da Netflix e tratta da questo libro. Quindi preferisco partire proprio da qui, premettendo che io al contrario ho prima letto il libro e poi mi sono avventurata in queste tredici famose puntate.
Hannah Baker, studentessa liceale da poco trasferitasi in una nuova città e quindi in una nuova scuola, si è suicidata. Tutti dicono che sia impossibile per chiunque altro colpevolizzarsi alla ricerca di un motivo, perché non ce n’è uno, ma in realtà ce ne sono 13 registrati in altrettanti nastri da Hannah poco prima di porre fine alla sua vita. Nei fatti i motivi, le reasons, sono persone che devono ascoltare i nastri e passarli alla successiva.
La serie tv si apre con il turno di Clay Jensen, ragazzo (non troppo) segretamente innamorato di Hannah, suo collega nel lavoro al cinema e suo compagno di classe in alcune lezioni. Nel momento in cui si pone all’ascolto inizia per lui un calvario di giorni e giorni in cui si sforza per andare avanti nell’ascolto e ripercorre tutte ciò che la ragazza ha dovuto subire e che l’ha condotta alla fine. Inizia per lui la convivenza con il senso di colpa lancinante che lo accompagnerà in attesa di sentire Hannah nominare il suo nome, e poi ancora oltre fino all’ultima parola da lei pronunciata.
Al contrario di tutti quelli che le hanno ascoltate prima di lui, Clay non può concepire l’idea di restare con le mani in mano e non fare nulla, ignorare una morte drammatica e ormai con dei colpevoli ben precisi: tutti loro. E così accumula e sfoga rabbia sugli altri nomi non appena sente il racconto di ciò che hanno fatto, si blocca, decide di non andare più avanti con l’ascolto, poi ci ripensa. Si trova davanti a delle scelte difficili e le affronta, e tenta di cambiare quello che tutti gli descrivono come ormai immutabile.
La prima cosa che posso dire è che la serie tv è strutturata, rispetto al libro, in modo da essere incredibilmente più coinvolgente, e lo dico nonostante io conoscessi già tutti gli sviluppi della trama, o almeno la maggior parte. Si ha la curiosità di ricostruire il tutto, di mettere insieme i pezzi, forse di attribuire anche un po’ di colpe. Inoltre, sempre facendo ff-27-tt-width-604-height-403-crop-0-bgcolor-000000-lazyload-0il confronto con il libro, la caratterizzazione dei personaggi è molto ma molto migliore. Ognuno di essi ha la sua storia personale e familiare, le sue debolezze e il suo modo di vivere il senso di colpa (o di rifiuto). Non ci sono soltanto Hannah e Clay ma Alex, con un padre autoritario e da rendere fiero, e le amicizie che ha rovinato; Justin con una madre assente e un compagno violento; Zach, buono ma stupido, o forse semplicemente solo. E così si arriva ad immedesimarsi in ogni scelta, non a condividerle, ma a comprendere le circostanze (di alcune, si intende).
D’altra parte, però, Hannah ne esce impoverita: non è così semplice, a mio avviso, guardando la serie tv, capire al 100% come lei si senta, come viva tutto ciò che le accade. Certo, il gesto estremo del suicidio è abbastanza chiaro, e lo sono anche le circostanze esterne di come ci sia arrivata, ma è altrettanto di facile comprensione l’evoluzione dei suoi sentimenti, delle sue emozioni. In altre parole, mettersi nei suoi panni risulta difficile e ostacolato da quell’apparenza che cerca di conservare e che nel libro distrugge e smentisce, mentre nella serie no.
Inoltre gli eventi non si presentano come l’uno la conseguenza dell’altro, o almeno non tanto come dovrebbero, e alla reazione a catena si sostituisce l’accumulare cose. Fino all’esplosione. Non si mette però in evidenza (o almeno non abbastanza) quanto ogni atto di cui Hannah sia stata vittima non sarebbe accaduto senza i precedenti; e non Netflixs_13_Reasons_Why_title_screen.pngsi mette bene in risalto la colpa. Di senso di colpa ce ne è tanto, ma di colpe vere e proprie no, perché? Perché molto spesso i personaggi commettono degli errori, cose che solitamente non fanno, e sembra una coincidenza spiacevole che capiti tutto ad Hannah. Sheri è una brava ragazza che ha commesso un singolo errore, Alex anche, Jessica è stata solo gelosa in quell’occasione, Courtney è sempre gentile con tutti. E così viene quasi da dire: può capitare.
E invece no. Con altri personaggi si capisce meglio quanto quello che è successo ad Hannah è parte di uno schema diffuso, che porta a giudicare le persone, etichettarle e trattarle come se fossero, appunto, semplici etichette. E ancora peggio, spiana la strada a deviati di mente che trattano letteralmente le persone come oggetti.
Tirando le somme, ho amato della serie tv la sua capacità di tenermi incollata allo schermo, e di dare vita a personaggi a tutto tondo da analizzare e capire; ma non ho apprezzato la scelta di impostare una parte troppo grande della storia come una casualità e, cosa più importante, di non dar voce a ciò che Hannah sente, e di non mettere in evidenza come le cose vadano concatenandosi tra loro, dando l’impressione finale (me lo hanno detto in tanti) che lei si sia suicidata per un dispetto.

Il libro
Con il libro ho avuto il primo incontro con la storia. Non c’è molto da dire sulla trama, perché è davvero molto simile a quella messa in scena nella serie tv.
landscape-1492521022-13-reasons-why-hannah-finale-3La differenza è che Clay ascolta le cassette in una sola notte, muovendosi tra i vari luoghi in cui prendono luogo gli episodi raccontati da Hannah. Perciò non c’è la cornice della serie tv, nella quale lui reagisce a questo ascolto, prende decisioni, affronta la situazione. Non c’è uno spessore degli altri personaggi, che vengono conosciuti dal lettore solo attraverso le parole di Hannah. Non hanno storia, famiglia, vicende personali.
Ciò che ne ha risentito maggiormente è stato il coinvolgimento: è difficile legare il lettore al racconto solitario di Hannah, quando ogni ragazzo, come persona, ha una coscienza, una storia di cui il lettore non sa e non saprà mai nulla. Quindi, se dovessi mettere a confronto l’interesse con cui ho seguito la serie tv e quello con cui ho letto il libro, posso assicurarvi che il libro ne esce decisamente sconfitto.
Mi dispiace doverlo dire, ma per quanto la storia poi l’ho apprezzata grazie al telefilm, il libro è riuscito ad essere a tratti addirittura noioso.
Guardando le cose da un altro punto di vista, però, l’interiorità di Hannah, tutto ciò chelarge lei sente, pensa o progetta sono spiegate in un modo che riesce non semplicemente a far mettere il lettore nei suoi panni, ma a comprenderla a fondo. Vengono fuori le sue fragilità già presenti, poi sfruttate dagli altri; viene fuori il modo in cui lentamente la sua personalità è stata erosa, fino ad essere completamente annullata. Ogni gesto acquista il proprio peso, e il proprio ruolo; ogni evento è concatenato agli altri e il tutto prende la forma di una valanga che trascina con sé ogni cosa.
E poi non esistono errori. O meglio esistono, ma non sono predominanti: i personaggi si rivelano nelle sue cassette per come sono davvero, per quello che fanno di solito e vengono caricati di colpe che hanno a tutti gli effetti. In tal modo si modifica anche il concetto di fare qualcosa: non si deve solo prestare attenzione, aiutare, notare i segni. Si deve proprio mutare comportamento, cambiare modo di guardare gli altri e di vederli, imparare a comprendere le sensibilità e le fragilità perché solo così si può andare avanti senza nascondersi dietro l’impotenza o un dito puntato verso qualcun altro.

Se una cosa ti fa piangere e tu non hai più voglia di ascoltarla, puoi smettere di ascoltarla. Ma non puoi fuggire da te stesso. Non puoi decidere di smettere di vederti. O di spegnere il rumore che hai in testa.

Il mio voto

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L’autore
Jay Asherè nato ad Arcadia (Los Angeles), ama i libri, suonare la chitarra e scrivere storie per teenager. Con il suo esordio, Tredici, ha vinto molti premi ed è stato acclamato dalla critica, ricevendo una valutazione di cinque stelle dalla Teen Book Review. Netflix nel 2017 ha prodotto una serie TV omonima tratta dal romanzo. Oltre ai romanzi ha pubblicato diversi libri illustrati e romanzi umoristici.

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