Recensione: Cercando Alaska di John Green

Cercando Alaska

 

  • Titolo: Cercando Alaska (Looking for Alaska)

  • Autore: John Green

  • Casa Editrice: Rizzoli
  • Data pubblicazione: 3 Marzo 2005
  • Prima edizione italiana: 10 Novembre 2010
  • Pagine: 312
  • Genere: Young Adult
  • Trama: Miles Halter ha sedici anni e sente di non aver ancora veramente vissuto. Assetato di esperienze lascia il tranquillo nido familiare per cercare il suo Grande Forse a Cuvler Creek, un prestigioso liceo in Alabama. E qui la sua vita prenderà finalmente un altro passo. Culver Creek sarà il luogo di tutte le cose possibili. E di tutte le prime volte. E’ lì che conosce Alaska Young. Brillante, spiritosa, imprevedibile, intelligente e spavalda, sexy quanto lo si può essere, per Miles diventa un pensiero fisso, una magnifica ossessione e un enigma. Lei lo attira nel suo mondo, lo lancia nel Grande Forse, e gli ruba il cuore. Poi… niente sarà più come prima. La vita esplode in questo romanzo, forte e delicato allo stesso tempo, che ci diverte e un attimo dopo ci commuove, e che vorremmo non finisse mai.

Opinione personale

Ho conosciuto John Green con Colpa delle stelle che ho letto dopo che praticamente ogni persona di mia conoscenza lo aveva elogiato all’inverosimile, definito come uno dei libri più belli che avesse mai letto e altre migliaia di cose stupende. tumblr_static_tumblr_static__640.jpgAl ché l’ho letto ovviamente e ho deciso di non recensirlo, perché ero perplessa: non saprei indicare una singola cosa che non mi sia piaciuta, eppure mi aspettavo di più (dopo tutto quello che mi era stato detto). Diciamo che è un bellissimo libro, ma ne ho letti di migliori, che hanno davvero lasciato il segno dentro di me. Cercando Alaska, per me, è stato uno di quelli, e dopo Colpa delle stelle e Teorema Catherine (molto carino, ma leggero, che ho recensito qui), posso dire che sia questo il lavoro più riuscito di Green.
Credo sia un’opinione abbastanza fuori dal coro, ma che ci posso fare
: è colpa di tutte quelle aspettative che avevo se non sono stata conquistata da Colpa delle stelle. Invece questa volta ho trovato una storia più vicina a me, che ho fatto subito mia. (A questo punto ho cancellato circa dieci righe in cui continuavo a fare un confronto tra i due romanzi, che non voglio fare, perché ognuno scopre nella lettura temi e messaggi da interpretare a modo suo, quindi torniamo alla recensione.)

Avevo una voglia matta di stendermi accanto a lei sul divano, abbracciarla e dormire. Niente scopate da pornofilm, nemmeno sesso. Solo dormire insieme, nel senso più innocente del termine. Ma mi mancava il coraggio, lei aveva un ragazzo, io ero una frana e lei una fata, e io ero inguaribilmente noioso e lei infinitamente affascinante. Così me ne tornai nella mia stanza e crollai sul letto, pensando che se gli esseri umani fossero precipitazioni atmosferiche, io sarei una pioggerella e lei un ciclone.

Indubbiamente John Green è uno scrittore fenomenale: il suo stile è semplice, ma coinvolgente; la sua ironia a tratti pungente, a tratti più delicata fa letteralmente volare le pagine una dopo l’altra.
E poi è magistrale il modo in cui crea i suoi personaggi: intanto tende a mettere in evidenza le stranezze di ognuno, ma non in modo inverosimile. Tutti ab
images.jpegbiamo quelle particolarità nei nostri caratteri, nelle nostre abitudini, e certo non ci definiscono, ma ci distinguono. Ecco, John Green mette in risalto questi punti, ci gira intorno, costruisce una persona vera unendoli tra loro.
Ne viene fuori Miles e la sua abitudine di imparare a memoria le ultime parole di personaggi più o meno famosi,  la tendenza ad estrapolare il senso di una vita da quella manciata di lettere e farle sue. Cambia scuola alla ricerca del suo grande forse (ultime parole di Rabelais) e lo trova in Alaska.
Alaska l’ho amata dall’inizio alla fine: uno di quei personaggi talmente riusciti che te li porti dentro. Quella sua stanza tappezzata da libri che dovrà assolutamente leggere, quella sua solitudine dovuta a un senso di colpa che la opprime e la isola. La sua intelligenza, l’aria di chi ha già visto troppo, la bellezza mozzafiato e un senso dell’amicizia forte, ma una fragilità immensa.

Ma quella parte di noi che è più grande della somma delle nostre parti non ha un inizio e non ha una fine, e dunque non può fallire.

A Culver Creek conosce anche il Colonnello, il suo compagno di stanza, quel tipo di persona che tutti vorremmo come amico. Non troppo espansivo, ma sempre lì per gli altri. Molto intelligente, altrettanto gentile, e sempre disponibile per un po’ di baldoria.
E poi sullo sfondo, ma non troppo, altri personaggi che compaiono per più o meno tempo, presentati con quella tendenza a metterli un po’ in ridicolo, anche solo leggermente, ma che li fa sentire subito più vicini, più reali.
tumblr_static_tumblr_static_8x86em7ixwcg0k4soosco80ws_640.jpgMiles si innamora di Alaska dal primo momento, senza conoscerla né allora né mai. Ma si innamora anche della sua vita lì, di quella routine tra studio, fughe, sigarette e il peggior vino in circolazione. Si sente al suo posto, finalmente dopo anni di scuola passati nell’angolo, in attesa di qualcosa che gli facesse sentire di avere davvero vissuto. E insieme alla fortuna che effettivamente ha, vive quell’accontentarsi delle stranezze di Alaska, lunatica, enigmatica, sconosciuta. Ma fa parte del gioco.
E quando succede quello che succede, quando Alaska sembra persa per sempre, forse arriverà a conoscerla davvero. Forse capirà cosa vuol dire convivere con un senso di colpa indefinito ma costante, autodistruggersi per quel ricordo che sembra ormai scolpito nella coscienza. Capirà che quella vita che aspettava deve viverla un po’ di più, e che forse non porterà con sé per sempre tutto quello che sta vivendo (che è una cosa su cui rifletto sempre, quanto vorrei che fosse possibile!), che le persone si perdono, si perdono i ricordi, ma quello che ci rimane dentro, che ci forgia un po’, resta per sempre. E che nessuna esperienza può avere il potere di annientare la nostra essenza, quello che siamo davvero è immortale.

Se solo potessimo vedere l’infinita catena di conseguenze derivanti da ogni nostro minimo gesto. E invece ce ne rendiamo conto soltanto quando rendersene conto non serve più a nulla.

Ora, cos’è che mi ha conquistata così tanto, al di là dei personaggi e della trama in sé? L’autenticità con cui viene raccontata e vissuta l’esperienza del cambiamento di città, di scuola, di amici; la bellezza di trovarsi un proprio posticino, tra Alaska, Takumi e il Colonnello, e sentirsi al sicuro, protetto; quella rassicurante certezza di poter3-aesthetic-hand-pretty-Favim.com-3987462.jpg condividere anche le cose peggiori, anche senza parlare; la sensazione di non riuscire ad afferrare tutto, che il tempo vada troppo veloce, che ci siano troppe sensazioni che scorrono, immagini, ricordi, e per favore fermate tutto che come posso sistemarle nei cassettini del mio cuore? E invece quello che conta resta per sempre, quell’odore che esce dalla stanza di Alaska e si ferma nell’aria lo riconosceresti anche tra mille anni e milioni di ricordi dopo; quello che scegli di portare con te, ti segna, nel bene e nel male. E quello che sei, invece, non cessa di essere, anche quando pensi che il mondo intero sia a pezzi, forse devi solo rimboccarti le maniche e farti forza e cambiare un po’. Camminare con coraggio nel labirinto, perché in fin dei conti ci sono quei tratti luminosi che assolutamente valgono la pena del buio, e sta a noi trascinarcene fuori.

Passi la vita inchiodato nel labirinto, pensando al modo in cui un giorno ne uscirai, e a come sarà fantastico, e immagini che il futuro ti trascinerà pian piano fuori di lì, ma non succede. È solo usare il futuro per sfuggire al presente.

Il mio voto

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L’autore
John Green: è un blogger e scrittore dei romanzi, tutti editi da Rizzoli, Teorema Catherine (2009), Città di carta (2009), Cercando Alaska (2010) e Colpa delle stelle (2012) da cui è stato tratto l’omonimo film.
Tra i riconoscimenti ricevuti, la Printz Medal, il Printz Honor e l’Edgar Award.

 

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