La magia delle parole in Eccomi di Jonathan Safran Foer

Come ho scritto nella recensione che ho pubblicato ieri, Eccomi di Jonathan Safran Foer è pieno di frasi bellissime, astute, di riflessioni altrettanto belle. Che evidentemente non sono bastate a farmi apprezzare il romanzo.
Al di là di questo, però, ho pensato che fossero tanto belle da doverle condividere. In effetti sono davvero tante, ma sono piccole perle di verità nonché uno dei punti di forza del romanzo e la dimostrazione di quanta intelligenza (non trovo termine migliore) ci sia dentro. Quindi…

“Niente passa da solo. O affronti tu le cose o loro affrontano te.”

…il desiderio di spremere qualche goccia in più di felicità quasi sempre distrugge la felicità che avevi la fortuna e di avere e di cui sei stato così sciocco da non accorgerti.

Jacob era un uomo che negava consolazione ma rimaneva sulla porta quando altri se ne sarebbero andati via da un pezzo. Rimaneva sempre sulla porta d’ingresso finché la macchine non era partita. Esattamente come rimaneva alla finestra finché la ruota posteriore della bici di Sam non era scompara dietro l’angolo. Esattamente come guardava sé stesso scomparire.

“La maggior parte delle persone si comporta male quando è ferita. Se ci ricordiamo delle ferite, è molto più facile perdonare il comportamento.”

“Commetti lo stesso errore che abbiamo commesso noi per migliaia di anni…”
“Noi?”
“…credere che se solo potessimo essere amati, saremmo al sicuro.”

…spiegarle che la vita cambia, che quel che è debole diventa forte e quello che era un sogno diventa una realtà che richiede un nuovo sogno.

“Ci sono due cose di cui tutti hanno bisogno. La prima è avere la sensazione di aver dato un contributo al mondo. Concorda?” Gli ho detto che concordavo. “La seconda è la carta igienica.”

Ci sono tre livelli ascendenti nel modo di piangere di una persona: con le lacrime, con il silenzio e con il canto.

E l’assenza di parole per esprimere il dolore non è assenza di dolore. È un dolore diverso.

Pur essendo agnostico sull’esistenza di Dio come lo era sul significato della domanda (due persone potevano davvero riferirsi alla stessa cosa quando parlavano di Dio?), Jacob voleva che Benjy ci credesse.

“Il problema” disse Jacob, riprendendo la mela, “è che soddisfare le aspettative ti dà una sensazione meravigliosa, però le soddisfi una volta sola -‘Ho preso il massimo dei voti!’, ‘Mi sposo!’, ‘È maschio!’- e poi ti tocca farci i conti. Nessuno in quel momento lo sa e tutti lo sanno dopo, ma nessuno lo ammette, perché toglierebbe un blocchetto di legno fondamentale dalla torre ebraica di Jenga. Baratti l’ambizione emotiva con la compagnia, una vita in cui abiti un corpo pieno di impulsi con la compagnia, l’esplorazione con la compagnia. C’è del buono nell’impegno, lo so. Le cose devono crescere col tempo, maturare, completarsi. Ma c’è un prezzo, e solo perché non ne parliamo non significa che sia sopportabile. Così tante benedizioni, ma qualcuno di è mai fermato a chiedersi perché uno dovrebbe volere una benedizione?”
“le benedizioni sono solo maledizioni che altre persone invidiano.”

Il primo ministro prese fiato e raccolse nel corpo di montone le molecole di ogni ebreo che fosse mai vissuto: il fiato di re guerrieri e pescatori; sarti, sensali di matrimoni e produttori esecutivi, macellai kosher, editori, militanti, kibbutznik, consulenti, chirurghi ortopedici, conciatori e giudici; la risata di gratitudine di chi vede i propri quaranta nipoti raccolti intorno al suo letto d’ospedale; i falsi gemiti di una prostituta che nascondeva bambini dotto il letto su cui baciava i nazisti sulla bocca; il sospiro di un antico filosofo in un momento di intuizione; il grido di un orfano solo nella foresta; l’ultima bolla d0aria salita dalla Senna e scoppiata mentre Paul Celan affondava con le tasche piene di sassi; la parola okay sulle labbra del primo astronauta ebreo, legato a un sedile di fronte all’infinito. E il fiato di coloro che non sono mai vissuti ma dalla cui esistenza è dipesa l’esistenza ebraica: i patriarchi, le matriarche e i profeti; la supplica di Abele; la risata di Sara alla prospettiva del miracolo, l’offerta di Abramo al suo Dio e a suo figlio di quello che non poteva essere offerto a entrambi: “Eccomi”.

Amavo il mio bambino al di là della mia capacità di amare, ma non amavo l’amore. Perché era opprimente. Perché era necessariamente crudele. Perché dentro il mio corpo non ci stava, per cui si deformava in una specie di ipervigilanza straziante che complicava quella che avrebbe dovuto essere la cosa meno complicata di tutte: accudire e giocare. Perché era troppo amore per essere felici.

Era il sentimento di non voler vivere nel mondo, anche se era l’unico posto in cui vivere.

Tra due esseri qualunque c’è una distanza unica, invalicabile, un santuario inaccessibile. Qualche volta prende la forma della solitudine. Qualche volta prende la forma dell’amore.

Dopo quella notte non mi sono mai più sentito vivo – disse Jacob, portando un’altra birra a Tamir.
– La vita è stata così noiosa?
– No. C’è stata tanta vita, Ma io non l’ho sentita.

Tutte le mattine felici si assomigliano, esattamente come tutte le mattine infelici, ed è questo, in fondo, a renderle così profondamente infelici: la sensazione che questa infelicità sia già accaduta prima, che gli sforzi per evitarla al massimo la rafforzino e probabilmente non facciano che esacerbarla, che l’universo, per qualche inconcepibile, inutile e ingiusta ragione, cospiri contro l’innocente sequenza di vestiti, colazione, denti e ciuffi sparati, zaini, scarpe, giacche, saluti.

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