Recensione: Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello

Durante questo mio ultimo anno scolastico (il quinto superiore) ho avuto modo di conoscere a studiare, nel programma di letteratura sia italiana che inglese, molti romanzieri. Alcuni li conoscevo già, altri sono stati una bellissima rivelazione. Non ho letto molto al di fuori di quanto ho studiato a scuola, ma ho intenzione di farlo, soprattutto ora che ho avuto modo di approfondire il loro pensiero.
Per questo ho avuto l’idea di aprire una nuova sezione recensioni nel blog, dedicata a quegli autori del ‘900 e fine ‘800 che si studiano durante il quinto anno, che magari incuriosiscono molti e che potrebbero essere approfonditi. Contemporaneamente vorrei (spero presto) affiancare a questa sezione una rubrica dedicata proprio agli autori, nel loro pensiero e ricerca letteraria.
Vedremo… nel frattempo vi parlo di questo libro che mi ha letteralmente conquistata. ❤

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  • Titolo: Il fu Mattia Pascal

  • Autore: Luigi Pirandello

  • Casa Editrice: Newton Compton
  • Data pubblicazione: 1904
  • Pagine: 212
  • Genere: Narrativa italiana
  • Trama: “Il fu Mattia Pascal”, il più famoso dei romanzi pirandelliani, riveste un’importanza fondamentale nella letteratura italiana del Novecento. Grottesco antieroe, Mattia Pascal è uomo senza certezze e senza vocazioni. Creduto morto dopo una fuga da casa, pensa di approfittarne per cambiare vita, ma il desiderio di spezzare le catene delle convenzioni sociali, lo slancio verso la riconquista di un’originaria purezza e autenticità falliscono: perché la vita deve comunque darsi una forma, e la fatica che bisogna affrontare per crearne una nuova è talora così grande che ci costringe a rientrare precipitosamente nella vecchia. La quale, pur con i suoi originari limiti e le sue falsità, rende possibile l’esistenza, allontanando il rischio della disgregazione, impedendoci di essere altro da noi, inchiodandoci a una realtà fittizia, ma inalienabile.

Opinione personale:

download.jpgAl di là di ciò che ho detto nell’introduzione, del mio proposito di leggere tutti questi libri, Il fu Mattia Pascal, non so perché, non era ancora nella mia lista. C’era invece, e c’è ancora, Uno nessuno, centomila, che continuo a rimandare ma che a questo punto sono curiosissima di leggere. Poi però in una libreria ho trovato uno scaffale pieno di libri in questa bellissima edizione Newton Compton, che ti fa venire voglia di leggerli sono a guardarli, e ho messo gli occhi proprio su questo. Alla fine non l’ho comprato, ma è stato bello riceverlo pochi giorni dopo come un dolcissimo regalo (<3) che ho iniziato a leggere immediatamente.
La trama la conoscevo già per averla studiata: il protagonista, Mattia Pascal, incastrato in una vita che non ha scelto, che diventa ben presto una prigione, privato di tutti gli affetti autentici, approfitta di un malinteso per fuggire, letteralmente, dalla sua vita. Un cadavere è stato infatti identificato come lui stesso e così Mattia decide di fingersi effettivamente morto e viaggiare, in un’ipotetica libertà di nuovo conquistata. Ben presto però, questa libertà diventerà prigione della solitudine, e di tante altre forme.

Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali.

Lo stile di Pirandello è fantastico: il linguaggio non è ovviamente quello dei nostri giorni, ma la lettura scorre ugualmente, grazie ad un’ironia pungente e a tratti amara, e agli eventi interessanti che vengono narrati. Qualsiasi cosa, da unnature,train,travel,tree-d2e733929815cce073e589db995b3734_h.jpga descrizione a una riflessione, viene proposta in modo da essere perfetta in quel contesto. Quasi non sembra di leggere, ma di ascoltare qualcunoche parli e racconti la sua vita.
I personaggi sono un’unione di realismo e assurdità (lo so che sembra un ossimoro), perché ai tratti verosimili, di persone comuni, si affiancano caratteristiche marcate ed esagerate, che pongono l’accento su significati e messaggi nascosti eppure palesemente evidenti. Questo non fa mai risultare i personaggi delle semplici figure, come spesso accade, anzi: emergono dei ritratti a tutto tondo, in cui una faccia più evidente, deve essere scomposta per trovare le altre.
Anche nella postfazione, in cui Pirandello si rivolge alla critica sua contemporanea, si ha occasione di riflettere sulla complementarietà di realtà e assurdo: il mondo reale è assurdo molto più di quello creato dall’immaginazione, le due sfere si imitano a vicenda. L’arte, in questo modo, non si deve porre l’obiettivo di copiare la realtà, ma nell’analisi che ne fa, non deve neanche porsi i limiti della verosimiglianza, che neanche il mondo vero si pone.

Gli spunti di riflessione su cui soffermarsi sono tantissimi: dalla mia personale esperienza, è stato bello conoscerli a gp004_1_00.jpgrandi linee, sapere dove guardare, senza però avere la minima idea della bravura di Pirandello nel comunicare e nel rappresentare. Non voglio fare spoiler, ma senza dire nulla più di quello che trovate sulla quarta di copertina, ci sono contenuti sempre attuali soprattutto nella società odierna: si parla di catene, di convenzioni che imprigionano e allo stesso tempo alienano. Si parla di compromessi con la società stessa, di quanto la nostra sfera personale e emozionale sia ormai dipendente da quella sociale. 

Non crediamo anche noi che la natura ci parli? e non ci sembra di cogliere un senso nelle sue voci misteriose, una risposta, secondo i nostri desideri, alle affannose domanda che le rivolgiamo? E intano la natura, nella sua infinita grandezza, non ha forse il più lontano sentore di noi e della nostra vana illusione.

Mattia, o quello che una volta era Mattia, mi è piaciuto tantissimo: mi sono piaciuti i mille modi in cui sperimenta e sente la libertà o la sua assenza, il modo con cui si relaziona con le convenzioni sociali, che non posso far a meno di definire inetto, strano, ma bellissimo da leggere e comprendere. Dall’inizio alla fine, rompe ogni schema, sfida i potenti, si pone in modi interessantissimi nei confronti di qualunque cosa, che sia la vita, la morte, l’amore.
Io ve lo consiglio assolutamente, se volete conoscere Pirandello, se lo volete conoscere meglio. Se volete riflettere sul rapporto tra realtà e finzione (sono davvero due cose diverse?), o su quello tra individuo e società. Se volete anche solo divertirvi in mille paradossi geniali. Credo che in una parola, sotto qualsiasi aspetto, questo libro sia una rivelazione.

Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni; e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai, le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d’impazienza, e ha sbuffato un po’ di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono mai stato così nojosi come adesso.

 Il mio voto:

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L’autore:
Luigi Pirandello: nato ad Agrigento nel 1867, iniziò la sua carriera letteraria e teatrale quando Capuana lo introdusse nel mondo culturale romano. Dal 1897 al 1922 si dedicò all’insegnamento. Nel 1934 gli fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura. Morì a Roma nel 1936. Le sue novelle sono raccolte in Novelle per un anno. Tra i suoi romanzi troviamo anche Uno, nessuno, centomila e I quaderni di Serafino Gubbio operatore.

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